L'INTERVISTA

Gianni Togni: «La musica non va fatta per avere successo»

Il cantautore è stato ospite di DLiveMedia all’Università: è meraviglioso se con “Semplice” ho aiutato la Salernitana a salire in B

«Se per tornare all’antico si intende suonare bene, allora sono antico». Un Gianni Togni orgogliosamente vintage, quello che ha portato la sua esperienza e testimonianza di artista e appassionato di musica nel teatro d’ateneo dell’Università di Salerno. Il cantante romano, ospite dell’ultimo incontro dell'anno per la rassegna DLiveMedia, ha ripercorso una carriera fatta di successi intramontabili come “Luna” e “Giulia”, che lo vide muovere i primi passi a metà anni Settanta e salire alla ribalta nel decennio successivo. Stimolato dalle domande di docenti e studenti, che hanno partecipato all'appuntamento al pari di qualche affezionato fan della prima ora, Togni si è soffermato anche sul presente, che reca il marchio dell’ultimo album “Futuro improvviso”, e sull’attuale situazione del panorama musicale in Italia e all’estero. Si è dichiarato fedele alle sue idee e ha lanciato un messaggio ai più giovani, in particolare gli aspiranti musicisti e cantanti, invitandoli a non accontentarsi di andare sul sicuro, osando e puntando sull’originalità. Gianni Togni, come fa un artista a mantenere giovane sé stesso, la sua musica e il rapporto con il pubblico? Come si fa non lo so. So come l’ho fatto io: cercando di non abusare della mia fama, facendomi anche un po’ dimenticare e vedere meno, facendo scelte coerenti con il mio modo di essere, vivere, pensare, con la mia identità politica e sociale. La musica non dev’essere una strada per il successo, ma un modo di esprimersi, puoi farlo se hai la consapevolezza. A un certo punto ho pensato che era giusto fare solo quello che avevo nel cuore. Dal suo punto di vista com’è cambiato il modo di fare e condividere musica negli ultimi anni? L’innovazione ha vantaggi e svantaggi. Il vantaggio è che in sala d’incisione puoi fare una pre-produzione molto veloce e magari fare a meno di chiamare i musicisti. È la fase in cui butti giù 20-30 canzoni da cui scegliere le 12-13 che faranno parte dell’album. Io però, una volta scelte, vado su nastro 24, chiamo i musicisti e mi affido completamente all’analogico. Perché questa scelta? La strumentazione vintage ha un suono completamente diverso per chi ama ascoltare musica e non si accontenta delle cuffie date in dotazione con il telefono. Certo, il digitale ha dato la possibilità a tanti artisti di farsi notare e mettere online liberamente la loro idea. Prima sarebbe stato molto difficile costruire questo lavoro in pochi mesi. C’è però il problema che il download digitale è del tutto anaffettivo. Ci parla dell’ultimo album? È un disco pop-rock, orientato verso quel mondo musicale che ho amato molto e continuo ad amare. Seguo sempre la scena con grande curiosità, soprattutto quella indipendente americana che continua a dare grandi dischi ed emozioni. In Italia nessuno manda questi artisti in radio, nonostante i loro concerti siano sempre pieni. C’è un altro mondo che si muove parallelo a quello che sembra di maggioranza e forse non si toccheranno mai più. Da dove nasce Gianni Togni e chi sono i suoi eredi? La mia base di partenza è “anglofila”, poco italiana. Non ho mai scritto canzoni con tutte le parole all’infinito, ma con molte tronche, perché la ritmica è diversa. Oblò, tram, metrò, le ho usate tutte! Fa parte del mio modo di essere. Il futuro? Non ho la sfera di cristallo, ma appartiene a chi riuscirà ad uscire dall’appiattimento, soprattutto nella forma e negli arrangiamenti che ormai sono quasi tutti uguali. Sapeva che i tifosi della Salernitana cantavano “Semplice” nell’anno della promozione in B? Me lo hanno raccontato e ne sono felice. Se ho potuto aiutare la squadra in questo grande passaggio, insieme a chi stava a guardare le partite per amore della Salernitana, perché no, è meraviglioso!».

Francesco Ienco