L'INTERVISTA

Giacomo Pirozzi: «Fotografo il mondo con gli occhi dei bimbi»

Il salernitano gira il pianeta per l’Unicef e i suoi scatti immortalano i volti e le storie di piccoli che non conoscono la pace

Oggi e domani il complesso monumentale di San Pietro a Corte di Salerno ospiterà la mostra del fotografo Unicef, Giacomo Pirozzi, dal titolo “Pinocchio around the world”, che si inserisce nel progetto Media Education Campus, prodotto dall’associazione Salerno Infestival e promosso da Miur e Mibact. La mostra è un viaggio emozionante attraverso immagini, volti e storie e ci incita a iniziare a vedere il mondo con gli occhi degli altri, in questo caso, con lo sguardo dei bambini, portatori di una visione pura della vita, che spesso però in molti luoghi della terra, sono vittime di ingiustizie che negano loro i diritti dell’infanzia. Giacomo Pirozzi, nato a Salerno e cittadino del mondo, è un foto-giornalista, che da trent’anni, documenta le condizioni di vita dei bambini, per conto dell’Unicef e ne testimonia l’impegno profuso, tramite la sua macchina fotografica, occhio attento e indagatore che segnala momenti che altrimenti potrebbero sfuggire.

Giacomo Pirozzi, anche una mostra può far riflettere, è questo l’obiettivo di “Pinocchio around the world”?
La mia idea nasce dalla necessità di allargare le conoscenze dei ragazzi italiani e dei loro genitori, alle realtà che vivono tanti bambini in Paesi che spesso negano loro, i diritti fondamentali, ma l’idea è anche quella di raccontare le diversità. Uso il personaggio di Pinocchio, storia italiana conosciuta da molti, per trasportarlo in più di 50 paesi, dove ha incontrato i bambini e le loro storie, che racconto nella mia mostra. In Marocco ad esempio, Pinocchio si imbatte in Mohammed, che sogna di incontrare un giorno, il padre che non ha mai conosciuto, in Olanda, in un centro di transito, incontra Amjad, un bambino siriano che insieme alla mamma e alla sorellina, ha camminato per tre mesi per sfuggire agli orrori della guerra. Ad Assiut, Pinocchio incontra Ahlam, una donna che ha subito l’infabulazione, in Armenia invece, incontra Miriam, di sette anni, affetta da paralisi celebrale, e tante altre storie di guerra e di dolori.

Ma dietro la sofferenza, Pinocchio diffonde anche un messaggio di speranza?
Sì, Pinocchio celebra anche la vita e lo fa raccontando anche molte vicende portatrici di speranza, come quando gioca con alcuni bambini su una spiaggia in Thailandia, oppure quando è circondato da tanti ragazzi, in Nepal, durante la festa dei colori.

Ha girato il mondo e lo ha fotografato, c’è un Paese che più degli altri le è rimasto nel cuore?
Tanti Paesi mi sono rimasti nel cuore, ma quello che non cancellerò mai e che mi ha cambiato per sempre, è stato un viaggio in Ruanda dopo il genocidio del 1994, dove quasi un milione di tutsi, sono stati sterminati nel giro di poco. Le immagini dei corpi ammassati senza vita, sono incancellabili.

Ha compiuto molte missioni, in Paesi lontani, insieme all’Unicef e una volta accanto a Mia Farrow, attivista e ambasciatrice Unicef...
Sì, a volte mi capita di incontrare personaggi noti ambasciatori Unicef e considero Mia Farrow l’ambasciatrice più dedita al suo lavoro e più autentica. Lei è una vera human rights activist e sono onorato di averla conosciuta.

Ci racconta come è nata la sua passione per la fotografia e perché ha deciso di stare al fianco dell’Unicef?
La passione del viaggio è cominciata molto presto e le immagini più incredibili ho cominciato a raccoglierle in una specie di portfolio che mostrai al junior professional officer delle Nazioni Unite. In seguito mi scelsero proprio per collaborare con l’Unicef, forse perché le mie immagini mostravano la quotidianità. Questo lavoro mi permette di essere parte di una nobile causa che dà significato alla mia vita.

Ha inventato una metodologia didattica per insegnare fotografia ai bambini che vivono in condizioni di povertà e di sofferenza e ha organizzato molti laboratori insieme all’Unicef. Quali risultati ha raccolto sul campo?
Mi sono reso conto delle possibilità di utilizzare la fotografia come art-therapy e grazie ai workshop di fotografia ho aiutato i ragazzi superstiti dell’attentato nella scuola di Beslan in Russia, ho lavorato con gli aborigeni australiani, e con i bambini di Fukushima dopo il disastro nucleare. Ho pubblicato anche un libro con immagini di luoghi della terra, abitati da ragazzi che non hanno mai conosciuto la pace.

Tra le tante cose che fa c’è un progetto che vorrebbe realizzare?
Sto per aprire una galleria d’arte a Firenze che avrà l’ambizione di portare artisti emergenti da varie parti del mondo per far conoscere altre culture, attraverso l’arte.

Maria Romana Del Mese