Galzerano: «Quel magistrato va processato» 

L’editore indipendente di Castelnuovo Cilento: Pisacane è stato un eroe, invece il giudice Vitale esalta l’omicidio politico

«Nei confronti del giudice Edoardo Vitale dovrebbe essere avviato, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, un regolare procedimento disciplinare per esaltazione di omicidio politico e per istigazione all’odio». Lo afferma Giuseppe Galzerano, editore indipendente di Castelnuovo Cilento ma soprattutto studioso appassionato di Carlo Pisacane dalle scuole medie e, oltre a possedere le prime edizioni dei suoi testi, nel 1975 scrive e pubblica “Carlo Pisacane, un dirottatore di cent’anni fa”; nel 2002 come editore pubblica, per la prima volta in Campania, il testo di Carlo Pisacane «La Rivoluzione» e a seguire pubblica il volume di Felice Fusco «Carlo Pisacane e la spedizione di Sapri» e il poema epico-lirico di Eliodoro Lombardi «Carlo Pisacane e la spedizione di Sapri», uscito nel 1867 e che nell’800 ebbe diverse edizioni. Nel 2013 scopre che la famiglia di Pisacane possedeva dei terreni nel Cilento, nel Comune di Porcile (l’attuale Stella Cilento) e per questo era Duca di San Giovanni (frazione di Stella Cilento) e pubblica in proposito un opuscolo di Ernesto Maria Pisacane (l’antenato del quale è il generale borbonico Filippo, fratello di Carlo).
La materia del contendere è proprio l'uccisione avvenuta a Sanza del patriota Pisacane che il giudice napoletano ha così definito nel corso del convegno intitolato “Sanza sentinella del Sud: storia proibita delle Due Sicilie”: «La gente di Sanza, quando affrontò Pisacane e i suoi seguaci, difese legittimamente il territorio del Regno delle Due Sicilie da quelli che si presentavano come una banda armata di invasori». «È davvero grave che un giudice che ha giurato sulla Costituzione repubblicana esalti un re e consegni un riconoscimento a un discendente di Sabino Laveglia che si macchiò del delitto di omicidio politico nei confronti di Pisacane», dice l’editore.
Galzerano sottolinea che Pisacane ha «sacrificato la sua giovane vita per l’Italia unita e fu barbaramente ucciso a 39 anni mentre chiedeva di essere condotto alla Giustizia e dopo aver ordinato ai suoi “Non si versa sangue fraterno!” a testimonianza della sua umanità». Pisacane, nato a Napoli nel 1818, studia alla Nunziatella, dalla quale fugge, ha diverse esperienze in giro per l’Italia e all’estero prima di avvicinarsi alle idee mazziniane anche se «non può essere definito proprio un seguace fedele perché la sua visione dell’Italia era basata su un’idea più che repubblicana direi socialista ed anarchica». Ma la sua avversione ai Borboni e ai Savoia monta e vede nelle popolazioni del Mezzogiorno quelle che più di altre possono ribellarsi ai regnanti. Pisacane che aveva disertato dall’esercito borbonico a Genova nel 1857 si imbarca sul piroscafo Cagliari che dirotta insieme ai suoi 25 compagni. A Ponza libera dalle carceri borboniche 300 relegati (tra i quali anche alcuni condannati politici cilentani). Attraccano a Sapri dove «secondo le promesse del Comitato di Napoli – spiega Galzerano – ad attenderlo ci dovevano essere altri patrioti che però non trova». Si incammina per l’interno, a Padula hanno uno scontro con l’esercito Borbonico. Pisacane e pochi altri si salvano dalla carneficina: «Con i pochi superstiti, affranti e stanchi, sceglie la via per Vallo della Lucania – racconta ancora Galzerano – ma il 2 luglio 1857, passando per Sanza, è ucciso. Il prete Francesco Bianco suona le campane per avvertire che in paese sono giunti i delinquenti capitanati da Pisacane. Viene quindi prima derubato - aggiunge Galzerano - e sparato da Sabino Laveglia, sottocapo urbano premiato dal re con la medaglia e la nomina di cavaliere. Potevano essere fatti prigionieri, perché non ci fu nessuna resistenza, ma Laveglia preferì sparare». Per questo nel settembre del 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi, Laveglia viene processato e giustiziato dal liberale antiborbonico Cristoforo Ferrara di Massascusa. Pisacane, invece, fu ucciso a 39 anni senza subire nessun processo. «Tra i due gesti - svela Galzerano - c’è molta differenza. Laveglia lo assalì gridando fanaticamente «Viva u Re» e Pisacane fece rispondere «Viva l’Italia! Viva la libertà!». La rilettura della figura di Pisacane non va giù a Galzerano che ricorda un episodio che fa trasparire l’eroismo di Pisacane per l’Italia: «Nel 1860 nella stessa locanda di Casaletto Spartano dove aveva soggiornato Pisacane, arriva Garibaldi che prima di cedere alle lusinghe monarchiche, ammette “Fu lui ad aprire la via”». Per Galzerano, Pisacane va onorato per il suo altruismo e per il suo sacrificio e non denigrato.
Anche per questo ha espresso solidarietà al sindaco di Sanza, Vittorio Esposito, e al vicesindaco Antonio Lettieri. Il sindaco ha reagito alle menzogne e abbandonato anzitempo il convegno della discordia perché «Pisacane rappresenta la figura di un uomo altruista, generoso, combattente e coerente che va fatto conoscere ai giovani soprattutto in un’Italia come quella attuale dove si fa terrore, come è stato fatto dai neoborbonici ancora una volta, 162 anni dopo a Sanza, e dove a vincere è la paura dell’altro», conclude Galzerano.
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