L'INTERVISTA

Francesco Baccini: «La musica in Italia è stata devastata»

Il cantautore genovese sarà a Salerno per il 73esimo Festival del Cinema: se avessi 20 anni scapperei da questo Paese

Musicista vero, artista ironico, profondamente schietto e sincero. Francesco Baccini, alla soglia dei 60 anni, e con tre decenni di carriera alle spalle, si racconta senza filtri, abituato come tutti i genovesi a dire ciò che pensa, ostinatamente controcorrente. Il cantautore ligure sabato sarà tra gli ospiti della serata di gala della 73esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno che si svolge al Cineteatro Augusteo. Tra i più eclettici del panorama musicale nazionale, Baccini propone i successi che hanno costellato la sua carriera trentennale che oggi lo vede impegnato anche al cinema, sia come compositore di colonne sonore sia nelle vesti di attore. È sua la colonna sonora del cortometraggio “Usura” protagonista dell’Open Forum dedicato al tema del lavoro. «Quando mi hanno proposto di fare questa colonna sonora ho accettato perché mi interessava il tema, poi con Massimo Bonetti abbia già lavorato insieme e abbiamo altri progetti. Ma mi sono cimentato anche perché da un po’ di tempo mi sono spostato sul cinema, nel mio futuro c’è più cinema inteso come musica».

Com’è questo nuovo mondo?
Mi stimola molto. La musica è la moglie e il cinema l’amante e nel cinema le ho entrambe. È un modo differente di fare musica. Nei film puoi metterci musica, atmosfera, canzoni, permette di variare a 360 gradi e grande libertà di scrittura. La musica oggi è cambiata moltissimo, non farei un album ora. Nel cinema c’è ancora un po’ di spazio di creatività, almeno nel mondo indipendente.

Com’è la situazione musicale oggi?
Il livello è molto basso, l’Italia è un paese completamente devastato. Avessi vent’anni emigrerei domattina, non ci penserei a far musica e così sicuramente non ci penserebbero Bennato, De Andrè, Pino Daniele. Oggi sto bene, a quasi 60 anni faccio quello che mi piace ma ad avere vent’anni ci penserei, in Italia non avrei nessuno sbocco. Fuori dall’Italia non è così.

Ha anche partecipato al docufilm “L’ImmEnzo” dedicato a Enzo Jannacci, che ricordo ha di lui?
Iannacci era uno dei miei maestri. Ci sono degli artisti che ascolti da piccolo e decidi che diventeranno le tue figure di riferimento. Io sono cresciuto anche con le sue canzoni e ho avuto la fortuna nella mia vita di diventare amico di due che erano miei miti nell’adolescenza, De Andrè e Iannacci, e ho avuto anche la fortuna di collaborare con loro. Enzo era come lo immaginavo, un pazzo scatenato. Ci siamo conosciuti e ricordo quando sono andato in motorino con lui fu come andare in motorino dietro ad uno di 15 anni, un pazzo, sotto tutti i punti di vista. Era geniale. Come tutti gli artisti dovrebbero essere era inimitabile, una volta non confondevi Bennato con Battiato, De Andrè con Iannacci. Ognuno aveva la sua cifra stilistica, un suo mondo musicale. Oggi sono tutti uguali, tutti omologati. Hanno assassinato un mondo fatto di unicità.

Quest’anno ha festeggiato anche i 30 anni di carriera. Era il 1989 quando uscì il suo disco d’esordio “Cartoons”...
Facciamo finta di niente, ho anche quasi sessant'anni. Nella mia testa mi sono fermato a 35 anni, finché il fisico si mantiene e di questo devo ringraziare mia madre che ha origini campane.

La sua vena ironica allora è campana...
Sono cresciuto con il pesto e con il casatiello e probabilmente la mia parte più ironica arriva proprio da lì, a Genova non rideva nessuno alle mie canzoni. E all’inizio per i miei dischi non mi collegavano a Genova, erano abituati a Gino Paoli, Tenco, De André.

Tra tutti i suoi album a quale è più legato?
Le canzoni sono come i figli, impossibile scegliere. I primi due album mi hanno cambiato la vita e hanno permesso che questo sogno di vivere con la musica diventasse realtà. Non avevo santi in paradiso né un cognome famoso, ero figlio di un portuale e una casalinga e sono arrivato al successo senza compromessi. In un paese dove non esiste la meritocrazia è qualcosa di fantasmagorico.

Marianna Vallone