Ferragosto di bombe su Sapri Il tragico errore degli Alleati 

Il 15 agosto 1943 la città della spigolatrice dovette piangere 83 morti di guerra Il raid voleva distruggere le raffinerie di petrolio tedesche, ma non ve ne erano

Sapri, 15 agosto 1943, festa dell’Assunta, ore 13: un rombo improvviso e assordante di aerei provenienti dal mare lacera l’aria e squarcia il silenzio ovattato della cittadina oppressa dall’afa e dal solleone. Confusione e sgomento si impadroniscono della popolazione che, lasciando il frugale pasto di Ferragosto, si riversa, sbigottita, nelle strade e nelle piazze, quasi presaga di quanto sta per accadere. Poi è l’inferno. Una pioggia di bombe e la città della spigolatrice conosce, per la prima volta e sulla sua pelle, gli orrori della guerra. Alla stazione ferroviaria, fra i numerosi treni in sosta, è un convoglio carico di fusti di benzina che un gruppo di soldati tedeschi sta caricando su alcuni grossi camion in sosta sullo spiazzo antistante allo scalo. Uno dei primi ordigni sganciati dalle “fortezze volanti” inglesi colpiscono proprio i vagoni colmi di carburante. Lo scoppio è terrificante: le fiamme si alzano altissime e il loro sinistro bagliore è visibile dall’intero Golfo di Policastro. Gli Alleati pensano a un deposito di carburante e l’accanimento della squadriglia aerea diventa spietata. Poco dopo i rioni “Ferrovia” e “San Giovanni” sono un ammasso di macerie: morti, feriti, grida e pianti di dolore, di spavento, di disperazione, in una confusione indicibile. Molti si rifugiano nelle campagne circostanti, in casolari, stazzi e alloggi di fortuna. Gli altri trovano riparo nelle due gallerie della ferrovia, sotto la collina del “Timpone”. Nelle vicinanze, in località “Macello”, è un campo militare tedesco, munito di contraerea, con circa cinquanta uomini, che daranno, nei giorni successivi, una valida mano agli sfollati, procurando loro vettovaglie e pane fresco che fanno arrivare da Acquafredda, a mezzo di un vagoncino a pedale usato per i lavori lungo la linea ferroviaria. I più fortunati riescono a raggiungere, con mezzi di fortuna, l’ospedale di Maratea. La sera stessa Radio Londra, con tono trionfalistico, annuncia: «Abbiamo colpito le importanti raffinerie di petrolio di Sapri». Un tragico abbaglio. Sapri non rappresenta alcuna minaccia per le forze alleate. Nella cittadina, infatti, se si eccettuano piccole postazioni antiaeree tedesche, non vi è alcuna base militare di rilievo e tanto meno depositi di carburante. I micidiali raid delle formazioni aeree alleate si susseguono con angosciante cadenza. Di notte lo scenario è spettrale: Sapri viene illuminata da centinaia di razzi luminosi e bombardata con assurda regolarità, nonostante lo sbarramento di palloni frenati alzato dai tedeschi a protezione della cittadina. Di giorno, in mattinata, un minaccioso “Spitfire”, battezzato ironicamente dai sapresi “’o guardalinea”, sorvola costantemente la tratta ferroviaria Paola - Battipaglia e controlla ogni movimento facendo sentire con assillante regolarità il crepitìo della mitraglia. Ai princìpi di settembre alcune bombe colpiscono le gallerie del Timpone ed è ancora tragedia: il tunnel più piccolo cede al micidiale scoppio degli ordigni e più di trenta sapresi rimangono schiacciati dalle macerie, mentre numerosi sono i feriti gravi. Viene centrato anche il campo tedesco e più di venti soldati vengono dilaniati dalle esplosioni. I sopravvissuti, con lodevole altruismo, caricano su alcune camionette i civili feriti e li trasportano agli ospedali di Maratea e di Lagonegro. Poi, scavata una fossa tra le due gallerie, seppelliscono i caduti. Le micidiali incursioni aeree saranno ben trentaquattro e avranno termine il 14 settembre 1943, vale a dire 6 giorni dopo l’ufficialità della firma dell’armistizio di Cassibile (8 settembre) che trasformò italiani e tedeschi, da alleati e amici in avversari e nemici. Gravissimo il bilancio dei bombardamenti: morti, feriti e dispersi non si contano, tutti vittime innocenti di un clamoroso, tragico errore degli Alleati. Numerosi gli edifici danneggiati o distrutti. La seicentesca, artistica chiesa di San Giovanni Battista, vanto della cittadina, è rasa al suolo; resta miracolosamente in piedi l’affilato campanile, come uno spettrale asparago in un campo bruciato. Questo il rapporto “Operazione di Intelligence n° 62 - 15 agosto 1943”: «Questa mattina sono decollati 28 B-26 del 320° Gruppo Bombardamento per bombardare lo scalo ferroviario di Sapri, Italy. Essi sono stati scortati da 36 P-38 del 1° Gruppo Caccia. L’obiettivo è stato bombardato con successo e i B-26 sono ritornati sani e salvi a questa base. Le bombe hanno colpito il bersaglio in modo eccellente. Molte delle vetture in stazione e altri edifici lungo il lato Ovest si pensa siano stati distrutti». A Sapri è riconosciuto il triste primato di uno dei più alti coefficienti di danni bellici subiti. Poi, con la lenta ricostruzione, il velo impietoso dell’oblio e dell’indifferenza degli uomini cala inesorabile su questa pagina atroce sfuggita alla storia, uno dei tanti episodi oscuri del Secondo conflitto mondiale sul quale è giusto tornare a riflettere per non perdere mai di vista le atrocità della guerra e per denunciare lo strano approccio che una certa storiografia continua ad avere nei confronti di quei tragici momenti della storia italiana ed europea. Ben 83 cittadini sapresi persero la vita a seguito di interventi del tutto inutili sotto il profilo strategico-militare e, soprattutto, irresponsabili e crudeli sotto il profilo umano. Nel 2004, a ricordo di quel doloroso frammento di storia scolpito nella memoria collettiva, il Comune di Sapri e l’associazione storico-culturale “Sapri 15 agosto 1943”, fondata e presieduta da Luciano Ignacchiti, hanno scoperto un monumento in marmo in onore dei “martiri” dei bombardamenti nella bella piazza San Giovanni e il 15 agosto di ogni anno, con una significativa cerimonia civile e religiosa ricordano quel tragico giorno che sa di martirio e di fierezza, i cui segni sono impressi a caratteri di fuoco nella mente e nel cuore di tanti sapresi.
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