LA STORIA

Felippo Sgruttendio do Scafato, satira popolana

L’ignoto canzoniere scafatese nel 1646 mise insieme dei sonetti parodia de “La Lira”

La tiorba è quel particolare liuto, con tante corde (in qualche tipo se ne arrivano a contare fino a 16) che venivano pizzicate dal musico, com’è spesso raffigurato nei dipinti e nelle stampe del Seicento, mentre accompagna col suo strumento il canto. La tiorba “a taccone” è poi la variante di quello strumento, a 10 corde che venivano pizzicate con il “taccone”, una sorta di suola usata come plettro. Sulla tiorba a taccone e sulle sue dieci corde è imbastita, come parodia de “La Lira” di Giovanbattista Marino, una straordinaria raccolta di sonetti e ballate, pubblicata a Napoli nel 1646 presso la stamperia di Camillo Cavallo. La vera identità dell’istrionico autore di quei componimenti è un mistero che ancora non è stato univocamente svelato: egli si firma nel frontespizio del libro “Felippo Sgruttendio de Scafato”, e del suo libro abbiamo per le mani una ristampa nell’edizione di Giuseppe Maria Porcelli (Napoli, 1783). Quale che sia il vero nome e la vera patria dello Sgruttendio, quel suo pseudonimo che fa esplicito riferimento ai rutti in luogo dei sospiri d’amore, già la dice lunga sul contrasto e la satira verso gli antiquati petrarchisti, come pure ai contemporanei marinisti, scegliendo l’autore la lingua “bassa” del popolo per i testi e un richiamo alle flatulenze per firmarli; sul giallo della identità di lui furono fatte faticose e lunghe ricerche d’archivio, a partire da Camillo Minieri - Riccio, che arrivò a scartabellare perfino tutti gli archivi parrocchiali di Scafati, ma senza risultato. Dopo di lui grandi diatribe storico - critiche si accesero su quel nome, tra le quali si ricorda quella tra Benedetto Croce e Ferdinando Russo, che sosteneva l’equazione Sgruttendio = Cortese (morto però assai prima della pubblicazione del 1646 de “La tiorba”); e ancora nei testi contemporanei si è sostenuto, da vari autori, come Enrico Malato e Michele Rak, che lo Sgruttendio potesse identificarsi, secondo il primo in Giulio Cesare Cortese, oppure, secondo Rak e altri critici, nel meno noto poeta Giuseppe Storace d’Afflitto (nome celato nell’anagramma di “Felippo Sgruttendio de Scafato”). La soluzione resta, in entrambi i casi, alquanto incerta, e allora a noi non rimane che rievocare per il lettore questo piccolo capolavoro di lingua arguta, comica barocca e perfino lirica talvolta. Sono 189 testi fra sonetti, ballate e canzoni, divisi in 10 parti (chiamate corde), composti nella lingua napoletana del Seicento, quella stessa - immaginifica e musicale - del Basile e del Cortese. Ogni sezione della raccolta, equiparata a una corda del liuto, contiene un gruppo di componimenti a tema: si va dalle “canzoni a ballo” delle ultime due corde, all’amore per Cecca, l’amata immaginaria dell’Autore (corde 1,5,10); dalla seconda corda si ricava un piccolo campionario di amanti sfortunati: l’amante cacciato di casa perché caduto in povertà: «Ammore, ch’è fetente comm’a grutto,/Ammore, ch’è no tammaro, e no guitto,/ St’ammaro core tanto mi ha destrutto,/ Che pare justo fecato zoffritto./Besogna, che sto pinolo me gliotta,/…, Ca de pietate no nne trovo gliotta./Io regnoleo pe Zeza comm’a gatta,/Ed essa me responne pò de botta,/Mò che si sfritto, da sta casa sfratta» (sonetto VI); c’è l’amante beffato, quello pezzente, l’amante “infrancesato”, cioè colpito dal “mal francese”, com’era chiamata a Napoli la sifilide (ma a Parigi, naturalmente, era “le mal Napolitain”): «È la Femmena comm’a la castagna,/(Mo me n’addono, mò che chiagno, e strillo/Ch’è bella fore, e dinto ha la magagna» (sonetto XII), c’è finanche l’amante “pedetaro”, lo scorreggione colto da meteorismo proprio mentre sta per appartarsi con la sua bella: «Mente correa pe me nforchià a na stalla,/Me scappaie no vernacchio nnanze a Tolla./Essa lo ntese, e se facette gialla,/E disse pò, cchiù rossa de cepolla,/Crepa lo piezzo, e sanetà a la palla» (sonetto XIII). Nel sonetto XI c’è la disputa tra l’autore e altro pretendente, innamorati della stessa donna, e quando questa decide a favore dell’altro, per dispetto così le si rivolge lo Sgruttendio: «Già lo juditio l’hai mannato a Chiunzo./E ghiusto faie, comme fa lo zampaglione,/che non se posa maie, se no a lo strunzo», versi che si debbono cosi intendere: «Ormai il giudizio l’hai mandato a Chiunzo./ E giusto fai, proprio come il moscone/che non si posa se non sullo stronzo»; “Chiunzo” è il valico di Chiunzi e il riferimento alla località sopra Tramonti, in costa d’Amalfi, luogo lontano e fuori mano per antonomasia, fu a lungo d’uso frequente nel napoletano: lo si ritrova pure in Basile, nel “Cunto de li Cunti” (“Le doie pizzelle, trattenemiento settimo de la iornata quarta”). Una trentina di sonetti della quarta corda sono una rassegna quanto mai varia di tipi femminili: la tavernara e la sguattera, la venditrice di trippa e quella che vende i “tricchitracche”, donne segnate dalla gobba, da balbuzie o da occhi cisposi, c’è la sfregiata e la guercia, la luetica, la gottosa e via di questo passo; infine l’iperbole e la satira con le Tre Grazie a spasso insieme, in versione barocca napoletana: «Menechella, Peducchiella e Vasta…Vuie porzì de bellizze arcepassate/A Mecera, ad Aletto, e a Tesefone», in definitiva il registro della satira farsesca, antiletteraria, alla Francesco Berni, ma condita in salsa napoletana. Non mancano, nelle ultime corde della straordinaria raccolta, critiche esplicite all’eccessivo numero di accademie che andavano proliferando dappertutto. Una canzone dedicata ai pregi e al gusto della “foglia”, è la conferma che, molto prima dei maccheroni, a Napoli il popolo mangiava solo cavoli e broccoli, qualche rara volta cucinati con la carne oppure col riso (in “Li spanfie de la foglia. A Giovanne Cetrulo”, corda VIII, è citato il riso salernitano, “li rise de Salierno”, come prodotto di eccellenza). Chiudiamo questa succinta carrellata con il sensuale sonetto XIII corda I, “Laude de Cecca”: «Pozza cade’ dinto a na cacamagna,/E ’scìreme le bezzole e la rogna,/Si non sì doce comme na lasagna/E cchiù pastosa che non è la nzogna./Sse zizze che me teneno ’n coccagna /So’ retonnelle comm’ a doi cotogna,/Sso pietto liscio cchiù de na castagna/Pare no giesommino catalogna;/Sse trezze so’ de Venere la ’nzegna,/ Ss’ uocchie non songo, no, fauze de cugno,/Ssa faccie è colorita comm’ a gregna./Iesce, su, Cecca, e non me fa’ lo grugno!/Se n’ opera vuoi fa’ de laude degna/De sto vrachiero mio fatte no mugno». Sulla Tiorba dello Sgruttendio segnaliamo uno vecchio saggio di Michele Rak, contenuto in “Napoli gentile. La letteratura in Lingua napoletana nella cultura barocca (1596-1632)” (Il Mulino, 1994), in cui si sottolinea la «polemica anticulta che serpeggia nel canzoniere…un lavoro letterario sul versante della ricerca barocca a contatto con l’affascinante tema della memoria storica e delle culture locali» (pag.395).