L'INTERVISTA

Federico Sanguineti: «Con mio padre? Una relazione letteraria»

A dieci anni dalla morte il figlio ricorda la figura di Edoardo

SALERNO - «Il nostro compito è quello di trattare la lingua comune con la stessa intensità che fosse la lingua poetica della tradizione e di portare quest’ultima a misurarsi con la vita contemporanea. Si intende qui un’indefinita possibilità di superare la spuria antinomia tra il cosiddetto monolinguismo, che degenera nella sistemazione classicista e quella mescolanza di stili o plurilinguismo che finisce in una mescolanza di stili». Queste parole di Alfredo Giuliani, contenute nella prefazione ai “Novissimi” del 1961, esprimono in sintesi l’obiettivo centrale della (neo)avanguardia e dell’innovazione poetica del Gruppo ’63, di cui Edoardo Sanguineti fu fondatore insieme a Balestrini, Anceschi, Costa, Pignotti e molti altri. Sanguineti, italianista, professore, saggista, critico, poeta, deputato del PCI nell’ottava legislatura, si congedava dalla vita e dalla Letteratura dieci anni or sono, nella sua Genova. La città di Salerno ha rappresentato un punto nella vita del poeta di Laborintus, una città con esigenze culturali notevolmente in linea con la vivacità accademica. Nella stessa Università di Salerno, in cui Sanguineti era titolare dell’insegnamento di Letteratura italiana generale e contemporanea, oggi insegna il primo figlio, Federico, professore ordinario di Filologia italiana e Filologia dantesca.

Due dantisti, suo padre e lei. Quali sono le analogie e in che cosa consiste la differenza nel metodo di studio?
Nel caso del mio interesse per Dante sono stato incuriosito dal fatto che, durante l’infanzia, vedevo mio padre lavorare a un commento al Purgatorio - è rimasto inedito - e sul suo tavolo c’erano diverse edizioni della Commedia. Proprio in quegli anni usciva l’edizione della Commedia secondo l’antica vulgata, ma mio padre lavorava, quando avevo io dieci anni, sul testo di Vandelli. Mi accorsi così dell’esistenza di diverse edizioni del testo dantesco e da lì nacque la mia curiosità. Ricordo che chiesi il perché di queste differenze a mio padre, che non ebbe difficoltà a spiegarmi che mancavano autografi danteschi e che il testo era ricostruito su basi e criteri filologici che non sempre coincidevano, anzi variavano da un’edizione all’altra. Mi accadde quindi di leggere, avrò avuto dodici anni, le pagine introduttive di Petrocchi alla sua edizione e mi colpì il modo aprioristico con cui lo studioso criticava Barbi, senza sottoporre il canone barbiano a un esame sperimentale. Però da bambino non avrei mai pensato di fare il filologo né di insegnare all’università; i miei interessi erano lontani dal mondo accademico e solo in seguito, dopo i trent’anni, avendo vinto due concorsi di ricercatore, pensai di tornare sulla questione e fare chiarezza sulle posizioni di Barbi e di Petrocchi. Quindi, per quanto riguarda il metodo, da parte mia c’è un interesse filologico che in mio padre non c’era.

Vi sono molte poesie di suo padre dedicate a Lei. Nella raccolta Stracciafoglio (1977-1979) ve n’è una che recita così: «Certo che c’è un segreto, Federico: (chiamalo pure un trucco): e questa sera, anche e sono un po’ disfatto / (torno appena da due comizi, uno via l’altro, a due Feste dell’Unità, in Piazzale Pastarino e sul Lungobisagno Dalmazia), te lo rivelo intero volentieri: (è vecchio come il cucco, del resto): e così puoi comprenderla meglio perché spero che mi comprendi / tu / che non mi equivochi più: (…) I rapporti con Suo padre, in tanti anni, come li definisce?
I rapporti tra me e mio padre sono sempre stati di grande chiarezza. Mio padre ha scritto molto per me e su di me quando ero bambino. Ma a vent’anni sono fuggito da casa, dicendo un giorno a mio padre: «Domani me ne vado». E lui: «Se te ne vai, l’importante è che non ritorni»; subito dopo ha aggiunto: «L’hai detto a tua madre?». Io: «No». Lui: «Diglielo». Da quel momento mio padre ha scritto poesie abbastanza malinconiche dedicate a me: in realtà, una sorta di monologo “esteriore”, come lui stesso lo definì. Non c’era una relazione reale ma solo letteraria, fra padre e figlio. La letteratura - per mio padre coincideva con mia madre - mediava tutto. Quando mi accorsi di questo, lo pregai di non farmi più oggetto delle sue poesie e da allora non mi ha dedicato più nulla. Ho pubblicamente espresso delle critiche sul modo di studiare Dante di mio padre, fin dal 1990: ricordo per esempio un convegno dove alcuni colleghi rimasero scandalizzati: in un paese controriformista come l’Italia, che ha “inventato” il fascismo, mal si tollera un rapporto intellettualmente franco fra padre e figlio. In molti pensano addirittura che non si possa vivere fuori da gerarchie patriarcali, senza “papi” o “papà”.

Che ricordo ha del Gruppo ’63?
Per me significò, prima di tutto, la poesia di Balestrini, che mi sembra la voce più radicale di quel momento, più sperimentale. Avevo otto anni, e i testi di Balestrini e ancor più di Porta li ripetevo a memoria. In seguito ho apprezzato Pagliarani e Giuliani. Quest’ultimo è quasi dimenticato: Feltrinelli non ripubblica i suoi saggi. Ricordo l’impegno culturale, politico di allora; oggi invece c’è un predominio del mercato a cui sembra corrispondere un disimpegno collettivo. Trionfa l’illusione piccolo-borghese di porsi al di fuori delle parti e al di fuori della società: piccoli traffici e grandi illusioni.

Suo padre era molto seguito anche dal pubblico giovanile, pur essendo un autore molto complesso; che consiglio darebbe oggi ai giovani?
L’Italia non esiste: è sempre stata un’espressione geografica. Oggi (e in futuro) bisogna guardare a un mondo in cui la Cina è la prima potenza dal punto di vista degli scambi commerciali; e, nel giro di dieci anni, sarà economicamente egemone in assoluto. Che dire alle giovani generazioni? Prepararsi a parlare, leggere e scrivere, in cinese; senza inseguire un modello, quello nordamericano, catastrofico. Purtroppo, legata agli interessi Usa, l’Italia non rinuncia a spese militari insostenibili: quasi ottanta milioni di euro al giorno. Per l’intero patrimonio bibliotecario nazionale si spendono 20 milioni…all’anno! Ecco: nel giro di ventiquattro ore si spende in armi quattro volte di più quello che si spende in un anno per i libri.

Dunque l’unico possibile futuro per l’attuale generazione è all’estero?
I confini nazionali esistono soltanto per gli esseri umani, per lavoratrici e lavoratori che hanno bisogno di permesso di soggiorno. Credere che esistano confini nazionali nel momento in cui i capitali girano vorticosamente per il mondo in un mercato che si gonfia e si sgonfia come una bolla d’aria significa non rendersi conto della realtà in cui viviamo.

Stefano Pignataro