LA STORIA

Fede e superstizione per battere il colera

La popolazione del Diano stremata dalla pandemia del 1837 si affidò ai Santi protettori ma anche a gesti scaramantici

Non è affatto un mistero: nei momenti difficili gli italiani, e in particolare i meridionali, come per incanto ritrovano la fede, riscoprono la preghiera e si rivolgono con maggiore intensità ai santi, ai quali chiedono l’intercessione per ottenere il miracolo o la grazia non solo per guarire da mali fisici, ma anche per risolvere situazioni di pericolo in presenza di carestie, siccità e terremoti. In questi ultimi casi la preghiera da singola diventa globale nel senso che vede la partecipazione di tutta la comunità. Ogni paese ha il suo Santo protettore. È stato così fin dal Medioevo quando le città facevano a gara a fornirsi di reliquie nella convinzione che la custodia di una reliquia garantiva protezione. La stessa città di Salerno è da sempre orgogliosa di custodire le spoglie di San Matteo tanto che su tutte le immagini del Santo campeggia la scritta “Salerno è mia, io la difendo”.
E così, a seconda del territorio di competenza, contro la peste si invocano San Gennaro a Napoli (non a caso l’iconografia ce lo presenta con la mano in avanti nell’atto di fermare l’epidemia), San Rocco e San Sebastiano (a quest’ultimo si chiede l’intercessione anche per avere una pronta guarigione dalle piaghe), mentre in presenza di terremoti ci si affida a San Cono e alla Madonna del Carmine.

Indubbiamente, in occasione del colera del 1836-1837 la Chiesa ebbe un ruolo importante soprattutto perché tentò con ogni mezzo di riportare il popolo sulla retta via come dimostra la preghiera scritta da mons. Daniello Maria Zigarelli di Valle di Mercogliano nel 1837, in occasione della “predicazione quaresimale nel suo Duomo di Nusco” e dedicata monsignor Marino Paglia (Arcivescovo di Salerno e Amministratore delle diocesi di Acerno e Nusco) che concesse l’imprimatur per la pubblicazione. L’opuscolo si intitola “Antidoti spirituali contra Cholera e di ogni altra pubblica calamità”. Nella lettera inviata a monsignor Paglia si legge che «nelle pubbliche calamità gli Ecclesiastici, Ministri dell’Eterno; tenendosi nell’indifferentismo, incorrerebbero nella indignazione dei contemporanei, e nell’ammirazione dei posteri. E del loro dovere infervorarsi di cristiana pietà a sovvenimento del gregge mistico del Redentore. Da sentimenti sì nobili animata l’E.V. Reverendissima fu la consolazione de’ tribulati nel rattristante rincontro del cholera morbus in cotesta Metropoli».

Nella risposta, datata 12 maggio 1837, monsignor Paglia ritiene che «degna di tutte le lodi è il disegno di pubblicare gli Antidoti spirituali contro l’asiatico morbo, che dominando in queste nostre regioni, ha ricolmato gli animi di spavento, e di terrore. Veramente sotto un flagello scoccato della Divina mano non altro che un farmaco spirituale può esser di aiuto».

Anche allora la gente si affidava alle preghiere, ritenute «antidoti spirituali contra del Cholera morbus e di ogni altra pubblica calamità». E lo stesso monsignor Zigarelli era uno di quei sacerdoti che invitavano alla preghiera sostenendo che le cattiverie umane avevano meritato il castigo.
Dalla fede alla superstizione il passo è breve. L’elenco sarebbe particolarmente lungo per cui mi limito a ricordare solo alcuni episodi.
Un episodio di rilievo si verificò a Sassano, sempre nel 1837, quando giunse la notizia che Padula era stata invasa dal Cholera morbus e che la gente aveva cominciato a credere che si moriva perché sugli alimenti e nelle acque si gettavano sostanze venefiche. Ad alimentare le voci erano le proprio le autorità locali che avrebbero dovute smentirle. Tra questi si distinse lo stesso Giudice di Circondario, don Carlo Andrea Grillo, il quale per impedire che le acque pubbliche sorgive venissero avvelenate fece chiudere le fontane con delle inferriate. La notizia si sparse in un baleno e provocò panico e psicosi anche in altri paesi colpiti dal morbo.

A Monte San Giacomo, invece, il 22 luglio veniva emanata un’ordinanza con la quale erano vietate le riunioni tra più di tre persone e qualunque gioco nelle bettole; si disponeva anche la rimozione dell’immondizia entro ventiquattro ore. Inoltre, veniva ordinato alla guardie urbane che la sera accendessero dei fuochi per meglio tutelare la salute pubblica, per evitare, cioè, che persone cattive potessero spargere veleno. Il risultato? La popolazione locale si convinse ancor di più che effettivamente c’era gente che avvelenava le acque e i prodotti della terra. Sarà, però, accertato che tutte queste iniziative erano il frutto di una profonda inimicizia tra due cugini che detenevano il potere nel piccolo centro ai piedi del monte Cervati e che erano in lotta tra loro.

Ad Atena morì di colera anche il sindaco Cimmino e a diffondere le voci di veneficio fu don Michele Spagna, arciprete e canonico di Santa Maria Maggiore. Per “amor patrio” il primo eletto, cioè il vice sindaco Landolfi, scrisse al Sottintendente di Sala che il canonico Spagna «aveva pubblicato sopra dell’altare al Popolo congregato in Chiesa, che fossero stati cauti nell’andare a prendere l’acqua della fontana, che si passava pericolo di morire avvelenati, in prosieguo di ciò fu fiaccata la fontana al canale… Ieri l’altro essendo lo stesso (canonico) andato camminando, portò un cocuzzello spaccato, che disse averlo trovato avvelenato, in mezzo ad una gran folla di gente, ed indi se lo portò in casa sua». Non risulta che per le accuse mossegli don Michele Spagna sia stato incarcerato o condannato, ma soltanto sollevato dall’incarico di curato della Chiesa Madre.
Sempre nell’estate del 1837, nella caccia all’untore caddero anche due abitanti di Casalnuovo (il toponimo Casalbuono fu assunto dopo l’unità d’Italia), Vincenzo e Nicola Turi (padre e figlio), i quali furono arrestati e processati in breve tempo con l’imputazione di «propinazione di veleno e vociferazione e spargimento di esso». Anche in questo caso la vicenda era nata da una voce secondo la quale era approdata nel Regno di Napoli una nave carica di veleno per un valore di 62.000 ducati ed erano stati assoldati in molti paesi alcuni uomini con il compito di propinarlo. A Casalnuovo questo compito si presentava particolarmente agevole in quanto agli untori sarebbe bastato versare nel fiume, a monte del paese, un sacco di mezzo tomolo di farina imbevuta della sostanza venefica per inquinarne l’acqua che, in mancanza di una efficiente rete idrica urbana, veniva utilizzata da tantissimi abitanti. I sospetti furono fatti cadere su Vincenzo e Nicola Turi in quanto, vittime dell’ignoranza, avevano alimentato il panico tra la popolazione spargendo un allarmismo esagerato che li aveva indotti a scavare dei pozzi in vari punti del territorio nel tentativo di «trovare altra acqua e sottrarsi all’inesorabile disegno degli untori».
Con questi presupposti è lecito chiedersi: le cause del contagio erano dovute a un castigo divino oppure il terribile morbo era provocato degli untori?

C’è, però, una terza ipotesi che qui viene riportata per dovere di cronaca ed è quella avanzata nel luglio del 1837 dal Sottintendente di Sala, Antonio Balsamo, il quale scriveva agli organi superiori di non sentirsi tranquillo perché molti comuni del distretto erano «tormentati dal colera». La sua preoccupazione derivava dal fatto che in molti comuni del Distretto «la miseria è universale ed estrema» e questo scaturiva anche dal tipo di alimentazione: «Relativamente alla miseria - aggiungeva - le dico schiettamente che sia la vera causa del colera».