Douglas, Li Galli e quelle “isole” casa delle Sirene 

Il narratore amò Capri e le coste salernitane Malgrado vari scandali restò fino alla morte

Tra i viaggiatori stranieri che visitarono l’Italia agli inizi del Novecento, quando l’Italia per le sue bellezze naturali, per il suo mare, per le sue isole era un paese favoloso per ogni europeo colto, Norman Douglas è certo quello che più di ogni altro fa pensare ai grandi viaggiatori di un secolo prima e alla tradizione letteraria che ne derivò. Basterebbe il suo libro “Vecchia Calabria”, del 1915, per confermarlo. Ma soprattutto“La terra delle sirene”, pubblicato nel 1911, offre pagine che restano impresse nella memoria, soprattutto quelle dove l’autore si sofferma ad analizzare con poetica pignoleria la natura delle rocce, delle piante, la trasparenza delle acque e la mitologica imponenza delle coste tra Capo Miseno e Capo Palinuro.
Rileggendo “Vecchia Calabria” si stenta a credere che sia stato pubblicato nel 1915, più di trent’anni prima di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi. Perché molto di quello che verrà accolto come una rivelazione - e come un ritratto ineguagliato di terre mai raccontate - era stato anticipato da Douglas.
Era nato l’8 dicembre 1868 a Thuringen, in Austria, da genitori scozzesi. Tra il 1894 e il 1896 lavorò all’ambasciata britannica a Pietroburgo Pur trovandosi a suo agio in quella Russia che viveva i suoi ultimi anni di zarismo, trascorse sempre nel nostro Sud tutte le sue licenze. All’inizio del 1896 acquistò una villa alla Gaiola sulla punta di Posillipo, e ne prese possesso quello stesso novembre, chiamandola villa Maya. Chiese e ottenne due anni di congedo. Era stato costretto a questo passo per evitare uno scandalo alla corte dello zar, dove aveva avuto una relazione con una dama russa. Alla fine del congedo non riprese più servizio. Aveva 28 anni. Per circa due anni si dedicò alla ristrutturazione della sua villa di Posillipo: due anni felici, che lo invogliarono a stabilirsi in quello che definiva un autentico paradiso. Nel giugno 1898 sposò la cugina Elsa Fitz-Gibbon: matrimonio naufragato ben presto, nonostante la nascita di due figli. Venduta villa Maya, Douglas si trasferì da Napoli a Capri. Fin dal 1902 aveva progettato di scrivere una topografia di Capri: iniziò la stesura nel 1904, lavorandovi a intervalli per dieci anni. Ma il 1904 è un anno memorabile anche sotto altri aspetti. Douglas si accorse con terrore di non essersi ancora liberato da un’infezione contratta dodici anni prima a seguito di un’imprudente avventura londinese. Si fece curare e guarì completamente, ma fu un brutto colpo per lui. Subì in questo periodo un cambiamento di ordine sessuale: divenne cioè un pederasta. Le sue inclinazioni lo spinsero ad amare i giovani nel senso classico e mediterraneo del termine. Per essere precisi diremo che anch’essi lo amarono. In numerosi casi lo scrittore aiutò i giovani con i quali aveva avuto una relazione, quasi tutti sbandati o semiabbandonati dalle famiglie, dando loro conforto e sicurezza e incoraggiandoli ad andare a scuola e a lavorare. Conservò tuttavia la sua forte virilità (non fu mai minimamente effeminato) e fino ai cinquant’anni continuò ad avere frequenti rapporti sessuali con donne anche se, psicologicamente, il suo interesse si trasferì sul maschio adolescente.
Norman ama ed è ossessionato dal Sud. Ha perso la professione, la moglie, il patrimonio. Ed ecco che comincia a pensare seriamente alla scrittura: sarebbe potuto diventare scrittore. Darà alle stampe libri famosi in tutto il mondo (“Vento del Sud”, “Isole d’estate”, “Biglietti da visita”).
Nel 1908 inizia la stesura de “La terra delle sirene”, che verrà pubblicato per la prima volta a Londra nel 1911. Uno sguardo speciale, il suo, verso una terra speciale: l’ammirazione va a braccetto con uno stupore conoscitivo. Il libro, frutto di un’accanita ricerca filologica sulla storia, l’antropologia, le tradizioni di Capri e delle nostre coste, può essere ancora oggi considerato una “guida” allo spirito e al mito dei luoghi, alle memorie e ai sogni che ancor oggi suscitano in molti di noi. Libro “preistorico”, lo definì Alberto Moravia: insieme a “Vecchia Calabria”, ci parla di un Sud umile e antico, quasi pagano, che non c’è più.
Douglas fu l’ultimo dei “romantici” che si rivolsero alle nostre terre, per una sorta di innamoramento, a rivivere negli studi e nell’avventura esplorativa le tracce del mito. Come Victor Berard, uno dei più grandi interpreti della storia antica del Mediterraneo, Douglas riconobbe negli isolotti de Li Galli le rocce “rifugio” delle Sirene, figlie del canto e soavi incantatrici di uomini. Gli antichi immaginavano le sirene adagiate in un prato di narcisi tra gli scogli, protetto da cespugli di mirto odoroso, in un’isola in mezzo al mare. Lo scenario incantevole è quello, ancor oggi più mitico del mito, de Li Galli. Douglas amava navigare nelle acque tra le “bocche”di Capri e Li Galli: un’avventura inebriante. Che meraviglia quel mare, così azzurro e puro, manto che copre lamenti, crani, ossicini di morti e relitti di navi. «Che ne sapete di tante lugubri storie voi, onde lucenti che sorridete nel Tirreno?», chiedeva Norman. Un grande silenzio sulla superficie delle acque era la risposta. Mentre guardava quegli isolotti, sentiva l’approssimarsi di qualcosa nell’aria, come una misteriosa vibrazione. Avvicinandosi, la vibrazione diventava una voce femminile che dava stupore all’udito: un canto sottile, smorzato, insinuante. Quella voce rapiva la sua mente guidandola in un mondo che era al di là dei sensi terrestri. Ascoltava la voce di Omero, vedeva le vele della nave di Ulisse, gonfie di vento. Una calma senz’aria scendeva sul mare addormentato. Una voce, un richiamo: «Vieni, tutto è più felice nelle profondità degli abissi».
A Capri, solo a Capri, Douglas fu felice, ne fece il suo rifugio. L’isola fu sempre la sua Itaca, l’isola dove tornare, e vivere, e morire. Era convinto che ci fosse più storia, e mito, in una piccola onda del nostro mare che nelle acque di tutti gli oceani. Amava il nostro mare, il mare di Odisseo, il mare divino più greco dell’Egeo. L’isola e le nostre coste furono la sua regione dell’anima. Qui amava sentirsi smemorato, felice di non essere niente. Talvolta si sentiva come il ciottolo che rotola sulla spiaggia, ignorato da tutti. Amava queste nostre coste nate dalle convulsioni dei vulcani, le rocce dolomitiche strapiombanti nell’azzurro, quelle nudità delle rocce prive di alberi, sforacchiate dalle millenarie erosioni. Amava le caverne e le grotte che la natura ha scavato in queste rocce. Sdraiato sopra uno scoglio rovente, si lasciava divorare fino all’osso dal sole meridiano, per smarrirsi in un tranquillo distacco dalla realtà. Sognare nella Terra delle Sirene, vagare tra le colline, arricchendo la mente di nuove immagini sulle quali indugiare, respingendo le ormai appassite erbe del ricordo, vivere senza preoccupazioni derivanti dai problemi quotidiani: era questo, per Norman, il vero antidoto per molti mali. In Norman Douglas curiosità e sogno andavano di pari passo. Fu uno degli ultimi rappresentanti di quella “scapigliatura mediterranea” che trovò a Capri, a Ischia, nelle nostre coste, in Sicilia le sue terre di elezione. Nonostante il suo ostentato scetticismo, fu uno degli ultimi “cacciatori di felicità” in una terra che presto sarebbe stata occupata e dissacrata dal consumismo turistico.
Douglas morì a Capri, a villa Tuoro, nel 1952, all’epoca il solo straniero a essere stato nominato cittadino onorario dell’isola. Aveva passato gli anni della Seconda Guerra Mondiale a Londra, imprecando contro il cibo, la mentalità, il clima inglesi. Il suo ritorno a Capri, da lui tanto atteso, avvenne nel 1946. Quando, ormai vecchio - aveva 78 anni - andò a chiedere il visto al consolato italiano a Londra, si sentì rispondere che i permessi venivano rilasciati a chi volesse fare un breve viaggio in Italia, non a chi avesse l’intenzione di viverci. «Ma io non ci vado a vivere», rispose Douglas, «ci vado a morire».
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