CARTA GIALLA

Divina, patria del legno d’arte

Una mostra nel 1950 fece conoscere al mondo le opere custodite da Amalfi a Ravello

Uno dei temi meno indagati dalla storiografia artistica in Italia, almeno fino al secondo dopoguerra ma forse ancora oggi, è quello della scultura lignea, tanto che - per quanto riguarda la Campania - una storica mostra nel Palazzo Reale di Napoli, dall’8 ottobre 1950 al 31 marzo 1951, aprì per la prima volta alla critica e al pubblico uno scenario di produzione artistica in larga parte inedito o poco studiato, in particolare per quanto proveniva dai centri periferici o minori della regione. Abbiamo per le mani il catalogo di quello storico allestimento: “Sculture lignee nella Campania dal XII al XVIII secolo”, a cura di Ferdinando Bologna e Raffaello Causa; prefazione di Bruno Molajoli (Napoli, Palazzo Reale, 1950).

Dalle macerie delle chiese napoletane, come dalle fruttuose e sapienti ricerche nei centri minori, Causa e Bologna trassero opere di altissima qualità, che, grazie al restauro scientifico predisposto per la loro corretta lettura con il recupero delle policromie originarie, misero in nuova prospettiva talune figure di artefici e correnti artistiche operanti nell’ambito della scultura meridionale dal Medioevo a tutto il Cinquecento. Capolavori di straordinaria bellezza e potenza plastica, come il vivo e inaccessibile “Christus Triumphans” di Mirabella Eclano (XII secolo), o il gruppo della “Deposizione” (XIII secolo) proveniente dalla cripta del Paradiso del Duomo di Scala, un gruppo di sculture trecentesche in stretta connessione con le correnti toscane di Tino di Camaino e dei Bertini da Firenze, splendide opere quattrocentesche e cinquecentesche riflettenti analoghe esperienze plastiche francesi ovvero della Germania meridionale, con appendici rappresentative degli orientamenti del gusto seicentesco e settecentesco, costituirono quel vasto panorama storico in esposizione. Dopo i disastri della guerra i due curatori della mostra nel Palazzo Reale di Napoli, Ferdinando Bologna e Raffaello Causa, maestri indiscussi nei decenni successivi, inaugurarono la stagione di importanti recuperi, presentati in quell’occasione celebrativa.

È il caso della sconosciuta quattrocentesca “Madonna con Bambino”, proveniente dalla chiesa napoletana di S. Agostino alla Zecca, attribuita a Francesco Laurana ed esposta, come altre sculture marmoree, accanto a quelle lignee per utili raffronti stilistici. Tra le opere esposte in mostra non molte furono quelle provenienti dalla provincia salernitana, territori che Ferdinando Bologna in quei primi anni Cinquanta iniziava a perlustrare - quasi palmo a palmo - con sorprendenti scoperte d’arte, di cui farà fede, qualche anno dopo, la mostra salernitana nella sala S. Tommaso del Duomo dal settembre 1954 al settembre 1955, evento di cui già scrivemmo su “la Città” del 1 febbraio 2016. Accanto alla sezione principale della mostra costituita dalle sculture lignee, fu allestita un’esposizione - che oggi giudicheremmo poco attinente filologicamente - di antiche oreficerie, tessuti, ricami d’arte e arredi sacri provenienti da chiese campane e una mostra di pastori del Presepe Napoletano del Settecento. In questa scelta di tono - come dire?- “antologico” influì non poco l’iniziativa dei promotori dell’evento, costituiti nel Comitato Cittadino per l’Anno Giubilare 1950, presieduto dal sindaco di Napoli, Domenico Moscati.

Ma era comprensibile che in una città ancora segnata da lutti e miserie si volesse rappresentare, con un colpo d’occhio, un “campionario” di tesori d’arte scampati alla distruzione. E non a caso fu scelta come sede delle esposizioni l’appartamento storico del Palazzo Reale, le cui sale, devastate dalla guerra e dall’utilizzo indiscriminato dopo il 1943, furono restaurate dalla Soprintendenza ai Monumenti e dall’Ufficio del Genio Civile e riaperte per quell’occasione. Leggendo oggi nel catalogo i nomi delle personalità coinvolte per l’organizzazione della mostra, ritroviamo figure di studiosi che negli anni successivi saranno soggetti protagonisti nella ricostruzione del patrimonio artistico meridionale: oltre a uno stuolo di giovani restauratori, diretti dagli altrettanto giovani Ferdinando Bologna e Raffaello Causa, vi figurano lo storico dell’arte e museologo Bruno Molaioli, lo storico Felice De Filippis che in catalogo illustra vicende e ambienti riguardanti il Palazzo Reale. Tra gli architetti che curarono l’allestimento della mostra del 1950 vi fu Ezio De Felice, che già l’anno dopo è assistente a Napoli presso la cattedra di Restauro dei Monumenti di Roberto Pane e che negli anni diventerà, con Scarpa, Albini e pochi altri, uno dei caposcuola della museografia italiana: un nome, quello di De Felice, molto legato alla città di Salerno, dove realizzerà nel decennio successivo uno dei suoi capi d’opera, con il restauro di San Benedetto e il Museo Archeologico Provinciale.

Tornando alla mostra napoletana dell’Anno Santo 1950, espungiamo dall’elenco delle opere esposte tutte quelle provenienti dalla provincia salernitana, così come vennero elencate nel catalogo: «Amalfi, Palazzo Arcivescovile fine sec. XV, Madonna col putto (legno); Capriglia, Parrocchiale: sec. XVI, Croce astile (argento); Maiori, Cattedrale: seconda metà sec. XIV, Madonna col putto (legno); Diego de Siloe (?), Madonna in gloria (legno); S. Maria (sagrestia): Arte inglese sec. XV, Polittico in alabastro; Ravello, Duomo: Nicola di Bartolomeo da Foggia; Ritratto di Sigilgaida Rufolo - S. Pantaleone: sec. XV, Reliquiario (argento); Scala, Duomo: seconda metà sec. XIII, Deposizione lignea; sec. XIV, Calice (argento); Mitria (con smalti del XII secolo)». Questo era lo stato degli studi per la provincia salernitana: mancavano all’appello molte sculture lignee scoperte e studiate solo nei decenni successivi, come il “Sant’Elia” di Amalfi della fine del Duecento o il “San Filadelfo” della Badia di Santa Maria di Pattano, oggi nel Museo diocesano di Vallo della Lucania, ma nell’Italia del 1950 non si poteva pretendere di più. Anche per l’arte esistono settori più frequentati e altri meno dagli storici, e da questi, in campo figurativo, la pittura è tradizionalmente preferita alla scultura. Tali scelte finiscono poi per veicolare gli interessi, le preferenze, la curiosità del pubblico, con la conseguenza che diventano rare, almeno in Italia, mostre o convegni di ampio respiro che abbiano per tema la scultura dei secoli passati, e quella lignea in particolare. Anche dopo la mostra del 1950, con gli spunti e le iniziali aperture offerte dal lavoro di Bologna e Causa, questa tendenza di carattere generale non è sostanzialmente cambiata, e solo nel novembre 2011 l’Università Suor Orsola Benincasa organizzò un convegno, promosso da Pierluigi Leone de Castris, ripartito in due giornate e diverse sessioni e dedicato al tema “Sculture in legno a Napoli e in Campania fra Medioevo ed età moderna”, (catalogo edito da Paparo, 2014). Al convegno prese parte la “memoria storica”, unico protagonista superstite della prima occasione di studio sulla scultura lignea in Campania, Ferdinando Bologna.