CARTA GIALLA

Dante e l’influenza dell’Islam

Nei libri di Della Vida e Cerulli le prove che la Divina Commedia è ispirata ai musulmani

In questo dolente inizio di primavera si è svolta - ma solo nei modi della nuova virtuale realtà e ovviamente in sordina - la prima edizione 2020 del “Dantedì”, celebrazione del 25 marzo, giorno di inizio del trascendente viaggio del sommo Poeta attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. La giornata dantesca, istituita dal Consiglio dei Ministri in vista del 700° anniversario della morte di Dante nel 2021, si celebrerà poi, a Dio piacendo, ogni anno. Tutti, docenti discenti e quanti amanti della lingua e della cultura italiana, siamo stati invitati a leggere e, possibilmente, condividere con qualcuno i versi della Divina Commedia. Ma dopo avere assolto alla funzione celebrativa ci è venuto l’uzzolo di almanaccare alquanto sulla Commedia, e allora ci siamo ricordati di una lettura risalente a qualche anno fa, quando, dalla “Bustina di Minerva”, la rubrica che Umberto Eco tenne per anni sull’Espresso, avemmo notizia della ristampa in italiano di un libro una volta raro da reperirsi in originale, ma oggi disponibile anche in versione italiana. Si tratta del volume che l’arabista e sacerdote spagnolo Miguel Asìn Palacios (1871-1944) pubblicò nel 1919, intitolato “La escatología musulmana en la Divina Comedia”, dove si tracciava un inedito parallelo tra la Commedia dantesca e una tradizionale leggenda religiosa araba, risalente al IX secolo e ispirata alla sura 17 del Corano, del viaggio notturno (isrā’) e dell’ascensione (mi’rāj) di Maometto, scortato dall’angelo Gabriele fino al Paradiso, e con la descrizione delle punizioni infernali. Scrive Eco sulla sua pagina del 12 dicembre 2014, che «è ormai assodata l’influenza di molte fonti musulmane sull’autore della Divina Commedia. Ma oggi, turbati dalla violenza fondamentalista, tendiamo a dimenticare i rapporti profondi tra la cultura araba e quella occidentale.

Nel 1919 Miguel Asín Palacios pubblicava un libro (“La escatologia musulmana en la Divina Comedia”) che aveva fatto subito molto rumore. In centinaia di pagine identificava analogie impressionanti tra il testo dantesco e vari testi della tradizione islamica, in particolare le varie versioni del viaggio notturno di Maometto all’inferno e al paradiso. Specie in Italia ne era nata una polemica tra sostenitori di quella ricerca e difensori dell’originalità di Dante. Si stava per celebrare il sesto centenario della morte del più “italiano” dei poeti, e inoltre il mondo islamico era guardato piuttosto dall’alto al basso in un clima di ambizioni coloniali e “civilizzatrici”: come si poteva pensare che il genio italico fosse debitore delle tradizioni di “extracomunitari” straccioni?. La stessa reazione risentita della parte più retriva della critica letteraria e lo sdegno dei soliti tromboni nazional-popolari si ebbe - e questo Eco non lo dice - dopo la pubblicazione del volume “Aneddoti e svaghi arabi e non arabi” di Giorgio Levi Della Vida (1886-1967), eminente semitista e arabista, edito a Napoli nel 1959 da Riccardo Ricciardi. Anche in quell’occasione ci furono dantisti che gridarono allo scandalo, per via di un saggio contenuto nel volume, “Dante e l’Islam secondo nuovi documenti”. La “bufala”, secondo gli oppositori della tesi islamica di Levi Della Vida e di Miguel Asín Palacios, era nel semplice fatto che Dante, non conoscendo l’arabo, non poteva essersi ispirato al racconto maomettano: e questo, secondo quelli, “tagliava la testa al toro” (tanto per rimanere in Spagna).

Ma la controprova che azzerava la contestazione dei “puristi” nel dibattito accademico, la fornì proprio Levi Della Vida, il quale riportò nel suo libro la notizia di due manoscritti circolanti ai tempi di Dante e conservati, uno alla biblioteca Nazionale di Parigi, l’altro alla Bodleiana di Oxford: il primo in latino, e il secondo in francese, due lingue perfettamente conosciute dal Divino Poeta. I due codici, il latino “Liber Meragi sive Scalae Machometi” (la scala per ascendere al cielo) e quello redatto in antico francese “Livre de l’Eschelle de Mahomet”, facente parte dei codici francesi conservati a Oxford, furono già studiati e resi noti, ancora prima del Levi Della Vida, da un suo allievo all’Istituto Orientale di Napoli, l’arabista Enrico Cerulli (1898-1988) nel volume “Il Libro della Scala e la questione delle fonti arabo-spagnole délia Divina Commedia” (Città del Vaticano, 1949), sulla traccia fornita trent’anni prima da don Miguel Asín Palacios.

Alla domanda se Dante poteva essere venuto a conoscenza di questa storia del viaggio nell’oltretomba del Profeta Maometto, il contributo dei due studiosi napoletani fornisce una ulteriore certa risposta affermativa, poiché vengono chiariti i modi che resero possibile la diffusione del “Libro della Scala”, in gran parte del mondo cristiano, attraverso la versione latina-francese: la storia del viaggio ultraterreno di Maometto con affinità di trama alla nostra Commedia fu tradotta dall’arabo in castigliano dal medico ebreo Abramo di Toledo per ordine di Alfonso X di Castiglia. Lo stesso re Alfonso poi, nel 1264 (un anno prima della nascita di Dante), incaricò il suo notaio Bartolomeo da Siena, di trasportare la versione spagnola della leggenda islamica nelle vesti latina e francese dei due codici citati. Chiarita la possibile e probabilissima conoscenza del “Libro della Scala” da parte di Dante, sono verificate anche le tante analogie tra il testo dantesco e quello della tradizione musulmana, un esempio tra i tanti della contaminazione reciproca tra le plurimillenarie culture mediterranee, unificate quella araba e quella semitica- greco-latina sotto il segno di un modello unico, quello condiviso delle Sacre Scritture. Con le immanenti domande comuni sul destino dell’uomo, a cui Dante ha tentato di rispondere con le sue sublimi terzine di endecasillabi, che senso ha propalare differenze di valore, diritti di precedenza e di supremazia culturale tra le nazioni? Possiamo anche comprendere che qualche scettico delle influenze islamiche sulla Commedia, considerate come un torto alla grande poesia dantesca, sia in fondo ispirato da eccessi di venerazione verso l’“Altissimo poeta”, assunto a genio tutelare d’Italia, ma resta incomprensibile il fatto che il libro di Palacios non sia stato tradotto in italiano se non nel 1994. Forse valgono ancora le parole di Umberto Eco a proposito del volume di Asìn Palacios nella traduzione italiana “Dante e l’Islam”: «Il riconoscere queste influenze non toglie nulla alla grandezza di Dante… Ha ancora senso leggere questo libro, dopo che tante ricerche successive gli hanno in gran parte dato ragione? Lo ha, perché è scritto piacevolmente e presenta una mole immensa di raffronti tra Dante e i suoi “precursori” arabi.

E lo ha ai giorni nostri quando, turbati dalle barbare follie del fondamentalismi musulmani, si tende a dimenticare i rapporti che ci sono sempre stati tra la cultura occidentale e la ricchissima e progredita cultura islamica dei secoli passati». Aggiungiamo noi, modesti dantofili, che non è più tempo, per nessuno, di considerarsi padrone assoluto de “L’aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso XXII, 151).