Dalla X Mas alla Liberazione La grande impresa di Marino 

Il capitano salernitano partecipò all’incursione del ’41 ad Alessandria d’Egitto Poi la scelta di combattere nei mezzi d’assalto per cacciare l’esercito tedesco

Due salernitani fecero parte dell’incredibile squadra di temerari prescelti e addestrati per attaccare, la notte del 18 dicembre 1941, il porto-fortezza di Alessandria di Egitto. I loro nomi: il capitano di corvetta Mario Marino e il sergente palombaro Armando Memoli. Quest’ultimo, che partecipò all’Operazione G.A.3 come “riserva viaggiante”, due mesi dopo ritornò in missione nelle acque dello stesso porto stavolta come “titolare” e guadagnò la Medaglia di Argento v.m.
Mario Marino, nato a Salerno (rione Pastena) il 27 marzo 1914, entrò in Marina nel 1934 e si congedò nel 1977, dopo 43 anni, mettendo in bacheca una Medaglia d’Oro al valor militare, una di Bronzo, una Croce di Guerra, una promozione per merito di guerra e una trentina tra avanzamenti di grado e altre decorazioni. Questo eroe senza paura, avvezzo a cavalcare siluri imbottiti di tritolo negli oscuri e limacciosi fondali del Mediterraneo alla ricerca di navi nemiche da eliminare, era stato a un passo dal diventare prete. Infatti, finite le scuole elementari, la madre, pia donna, scelse lui, terzo di quattro figli, da mandare in seminario a completare gli studi superiori ed essere avviato alla carriera ecclesiastica. Mario, però, al momento della scelta suprema, chiese scusa alla genitrice e corse ad arruolarsi nella Regia Marina. Siamo a gennaio del 1934 e i “maiali”, ovvero i siluri a lenta corsa, non erano stati ancora progettati da Teseo Tesei. Sette anni dopo, la notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941, diventeranno il vanto della Regia Marina e il massimo cruccio di Winston Churchill che, dopo il riuscito attacco di Alessandria di Egitto dirà: « Sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse».
I sei ardimentosi, sfidando postazioni di mitragliatrici e di cannoni, decine di sentinelle, riflettori e fari disseminati sui moli, impenetrabili barriere e reti di acciaio in superficie e sommerse, la notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941, fecero fuori con i loro piccoli e lenti SLC, (5 km all’ora!), la grossa petroliera “Sagona”, il cacciatorpediniere “HMS Iervis” e le corazzate “Queen Elizabeth” e “Valiant”. Settantamila tonnellate di naviglio e decine di migliaia di litri di carburante tolti dai teatri di guerra! Un colpo in pieno stomaco alla Gran Bretagna, sicura di essere invincibile in Mediterraneo.
L’incredibile Operazione G.A.3, studiata e perfezionata durante settimane di preparazione segretissima, scattò il 14 dicembre 1941 quando il sommergibile “Scirè”, al comando del tenente di vascello Junio Valerio Borghese, lasciò l’isola di Lero, nostra base in Egeo, per puntare verso la costa egiziana e attaccare con i sei incursori subacquei e i loro “maiali” le navi britanniche nel porto di Alessandria d’Egitto. I sei erano: Durand de la Penne ed Emilio Bianchi sull’SLC 221 (si occuparono della Valiant), Vincenzo Martellotta e Mario Marino sul 222 (Sagona e Jervis) e Antonio Marceglia e Chergat sul 223 (nel mirino la Queen Elizabeth).
Il mare era agitato e il blitz fu posticipato di 24 ore. Appena ritornò la calma, le “riserve”, tra le quali Memoli, misero in mare i tre “SLC”, gli equipaggi vi montarono a due a due e si allontanarono dallo “Sciré”, che a sua volta prese il largo. I sei si misero in attesa facendo tranquillamente colazione in acqua. Al sopraggiungere di tre cacciatorpediniere le sentinelle dalle loro postazioni aprirono un varco e i tre “maiali” si posero silenziosamente nella scia delle navi, penetrando nel porto e dirigendosi verso gli obiettivi prestabiliti per piazzare le cariche sotto le chiglie. Si fece l’alba e all’ora stabilita il porto di Alessandria divenne un inferno di boati e di navi in fiamme. Non ci fu strage di uomini perché Durand de la Penne, una volta catturato con il suo secondo, avvisò cavallerescamente il nemico di evacuare le navi minate. Lo fece, naturalmente, pochi minuti prima dell’ora X in modo che gli ordigni non potessero essere disinnescati.
I sei incursori, interrogati spasmodicamente, non dissero una parola riguardo ai loro capi, alle loro basi operative e alla loro attività. Finirono in lontani campi di concentramento e quando, dopo tre anni, tornarono liberi in patria, a ognuno venne assegnata la Medaglia d’Oro al valor militare.
Mario Marino ritornò nell’ottobre 1944, si confermò in Marina e partecipò alla guerra di liberazione militando attivamente sui mezzi di assalto fino al 25 aprile 1945, giorno della Liberazione. Era un combattente inesauribile e la sua carriera fu lunga e gloriosa. La sintetizziamo. Entrato volontario a 20 anni alla Scuola C.R.E.M. (Corpo Reali Equipaggi di Marina) del Varignano, al termine trovò imbarco sul cacciatorpediniere “Freccia” e, nel 1936, sul sommergibile “H.6” su cui portò a termine il 1° Corso Sommozzatori allenandosi nelle uscite da un sommergibile immerso. Le missioni di guerra arrivarono con l’esploratore “Nicoloso da Recco” di cui il giovane salernitano assimilò fino in fondo, facendolo suo, il motto “Ardisci e vinci”, che sembrava fatto per lui. La guerra di Spagna fu il suo primo vero banco di prova. Verso la fine del 1938 sulla nave appoggio “Titano”, partecipò al corso per alti fondali e il 4 giugno 1940 entrò a far parte della 1a Flottiglia MAS come operatore subacqueo dei mezzi d’assalto ideati dal mitico maggiore Teseo Tesei. Era, ormai, in un’elite di specialisti impiegati in missioni di guerra vietate ai comuni mortali per quanto coraggiosi potessero essere.
Promosso 2° Capo Palombaro Sommozzatore, fu sottoposto a estenuanti allenamenti fisici, tecnici e psicologici per tentare un blitz impossibile, programmato per la notte tra il 26 ed il 27 luglio 1941, nella base super fortificata di Malta. Fu un disastro annunciato, ma subito fu organizzata la rivincita di Alessandria d’Egitto, che andò nel modo che abbiamo raccontato.
Per Mario Marino nel 1949 arrivò la promozione a Capo di 1a Classe e Sottotenente del C.E.M.M. Infine, nel 1962, ebbe il comando del Gruppo S.D.A.I. (Servizio Dragaggio Automezzi Insidiosi) di La Spezia che mantenne fino al collocamento in ausiliaria, avvenuto nel marzo 1977 con il grado di capitano di corvetta. Intanto aveva sposato Teresa Pizzo, che gli fu sempre a fianco.
L’eroe era stato imbarcato su 23 navi grandi e piccole, dai sommergibili agli incrociatori ai dragamine ai rimorchiatori ai veloci e micidiali Mas, e aveva prestato servizio a La Spezia, a Napoli e, ad ultimo, presso la Capitaneria di Porto di Salerno.
Una malattia di 25 mesi lo stroncò l’11 maggio 1982 .Venne allestita la Camera ardente nel salone della sede dell’ “Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Salerno” e davanti al feretro, avvolto nel tricolore e vegliato per tutta la notte dai soci Mattarocci, Cavo, Di Lorenzo e Scarabo in divisa sociale, sfilarono centinaia di salernitani. Gli affollatissimi funerali furono celebrati in forma solenne nella chiesa dell’Annunziata, da Mons. Vincenzino Pagliara, alla presenza delle autorità civili e militari e di una folla strabocchevole. La Marina Italiana gli ha intitolato un motoscafo appoggio subacqueo e, a Salerno, una strada porta il suo nome mentre la Sezione A.N.M.I. è stata dedicata a lui e a Osvaldo Conti. I cimeli, la sciarpa azzurra e la sciabola dell’eroe furono donati dalla vedova al Museo Tecnico Navale di La Spezia.
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