IL RICORDO

Crispolti, lo sguardo poggiato oltre il momento contingente

Ha insegnato per 11 anni all’Università di Salerno lasciando un segno indelebile

 

È morto Enrico Crispolti, tra i maggiori storici e critici d’arte italiani, per oltre dieci anni docente di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Salerno.

Sono trascorsi quarantacinque anni dal mio incontro con Enrico Crispolti, giunto nei primi anni settanta alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno che, al tempo, occupava un’intera ala di uno stabile, per civili abitazioni, affacciato sulle acque color ruggine dell’Irno. Una facoltà animata dal fervore di giovani docenti, già intellettuali di primo piano del dibattito culturale di quegli anni in Italia, il cui apporto segnerà una stagione indimenticabile per l’intera città e non solo. Enrico arriva a Salerno nel 1973; dapprima come docente di Storia dell’arte moderna, poi professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea fino al 1984, quando si trasferisce all’Università di Siena, ove ha diretto per circa vent’anni la Scuola di Specializzazione in Storia dell’arte. Il destino, non estraneo al suo desiderio, ha voluto che dal 2005, quando lascia l’insegnamento, fossi io a prenderne il testimone senese in facoltà e, più tardi, nella Scuola che ho diretto fino al 2016. Qualche anno prima del nostro incontro, vale a dire prima che iniziassi a seguire i suoi corsi fino a poi sceglierlo come relatore della tesi di laurea, avevo studiato su un suo testo dedicato alla pittura informale e più in generale alle avanguardie artistiche nel dopoguerra in Europa: la traccia metodologica con la quale inquadrava la scena artistica del vecchio continente, palesava una conoscenza diretta di quanto andava scrivendo, in particolare la capacità di lettura, a volte di estrema sintesi, delle opere prese in esame. Il corso, frequentatissimo, era sempre affiancato da momenti seminariali; ricordo gli incontri con gli artisti napoletani, Barisani, Persico, Di Fiore ma anche con artisti salernitani quali Ugo Marano, Giuseppe Rescigno, Antonio Davide, Angelomichele Risi, Silvio D’Antonio e i più giovani Angelo Casciello, Luigi Vollaro che negli anni ho avuto modo di seguire, ponendoli come punti di riferimento del mio lavoro di ricostruzione storico critica delle neoavanguardie dell'area meridionale. Tutto ciò senza mai tralasciare il rapporto con la situazione nazionale; fondamentale è stata per me la conoscenza e la frequentazione di personalità quali Ugo La Pietra, Mauro Staccioli, Francesco Somaini, Alik Cavaliere. Nelle aule al terzo piano di via Irno, sollecitata dal suo magistero ma anche dalla sua curiosità a vivere l’insegnamento ‘sul campo’ si formava una generazione di giovani storici dell’arte con lo sguardo rivolto al contemporaneo: tra questi ricordo Lina Sabino, il compianto Aniello Criscuolo, Rosanna Romano, Giancarlo Cavallo, Patrizia Nicoletti, Cristina Tafuri, Ciro Pica, Michelangela Caruso che, sul finire del decennio, lascia il posto a una nuova generazione, laureatasi nei primi dell’ottanta, con Patrizia Fiorillo, Livio Ceccarelli, Tiziana Mancini, Vitalba Casadio. Tutti suoi allievi che hanno dato risposta all’entusiasmo del maestro, affermandosi come storici dell’arte con funzioni direttive all’interno del Ministero per i Beni Culturali, come docenti universitari o di licei. Il suo insegnamento era centrato su una metodica rivolta ad interrogarsi sul presente, scrollandosi di dosso l’idea di una storia dell’arte, soprattutto contemporanea, letta come dinamica di un ristretto circuito, oppure di una raffinata speculazione intellettuale, a volte snobistica propria di una storiografia e di una critica culturologiche e modaiole: le espressioni dell’arte contemporanea erano per lui, ‘terreno’ di una manifestazione visibile, interprete cioè di un territorio sociale che si fa presenza e al tempo stesso ideologia di una proiezione a guardare oltre il contingente.