L'ARTIGIANO

Cosma, campanaro di Laurino

Tra il XIII e il XIV secolo fu tra i maggiori fonditori

di ALESSIO DE DOMINICIS

Il calendario, quello con il santo del giorno (e meglio ancora l’almanacco) possono essere una ricca fonte d’ispirazione per chi come noi ha la fortuna di occuparsi di “cose leggere e vaganti”. Ci viene stavolta l’uzzolo di pescare nel calendario di giugno un santo campano che poi ci rimandi ad altro, così leggiamo: sabato 22 giugno, S. Paolino da Nola (355 – 431). Il santo, Ponzio Anicio Meropio Paolino, per il vero era francese, di Bordeaux, figlio del prefetto della provincia romana d’Aquitania, ma il suo nome è legato a Nola, dove fu eletto vescovo per acclamazione del popolo, che ancora oggi il 22 gugno lo onora come patrono con la ben famosa Festa dei Gigli, e della regione ecclesiastica campana è, dal 2016, il patrono secondo, dopo S. Gennaro.

La tradizione, pur senza dati documentali ma tramandata da numerosi autori, assegna a S. Paolino l’invenzione delle campane con il batacchio interno ed il loro uso liturgico, principalmente come « instrumentum convocatorium », secondo la definizione degli antichi repertori. Il mondo antico conosceva la campana, il tintinnabulum che si vede anche nei mosaici di Pompei, ma è solo con l’età alto-medioevale che il suo uso rituale viene ufficializzato dalla Chiesa cristiana d’Occidente, e lo stesso termine tardo-latino “campana” si collega alla Campania, area storica degli “aera” o “vasa campana”, i “bronzi campani”, prodotti nel nolano e in Terra di Lavoro da artefici fonditori locali itineranti, i primi magistri campanarum del VII-VIII secolo. Del resto la qualità del bronzo campano era già ben nota a Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), che nella “Naturalis historia” (1. XXXIV, cap. 20) annota: « In reliquis generibus palma Campano perhibetur, utensilibus vasis probatissimo » («Tra i vari tipi - di bronzo - la palma spetta a quello Campano, adattissimo per gli utensili domestici»).

L’evoluzione successiva, in età altomedioevale delle tecniche di fusione si legge nel “Diversarum artium schedula” del monaco benedettino Teofilo, vissuto tra XI e XII secolo, e si deve proprio alle prime comunità monastiche la diffusione in ambito ecclesiastico delle campane, prodotte da artefici che si spostavano sul territorio per fondere “in loco e installare i loro manufatti; fonderie stanziali sono invece documentate dalla metà del Duecento inizialmente in area veneta. Tra le più antiche fonderie in area meridionale è la trecentesca Fonderia Marinelli di Agnone, in provincia di Isernia, tutt’ora attivissima, che si fregia oggi del titolo di Fonderia Pontificia in ragione della secolare fornitura alla Curia romana. E siamo così al libro sulle campane, pubblicato a Napoli da Gaetano Colonnese nel 1991: “L’antro di Vulcano. I fonditori di Agnone”, con una (piuttosto convenzionale) introduzione di Giulio Andreotti; autrice della prima sezione del libro è Gioconda Marinelli, della famiglia titolare dell’omonima fonderia. Particolarità del volume è l’originale veste editoriale, con una piccola campana metallica applicata in copertina, e soprattutto - la pubblicazione in appendice della prima traduzione in italiano del “De Tintinnabulis” di Girolamo Maggi ( 1523? - 1572), sulla base dell’edizione postuma di Amsterdam del 1664. La figura poliedrica dell’autore Maggi, uomo di vasta cultura umanistica, meriterebbe una trattazione a parte, per l’avventurosa sua vita e la vasta produzione di testi letterari, giuridici, di architettura militare e di erudizione varia, come questo suo ultimo trattato sulle campane, scritto da prigioniero nelle galere turche, con il solo ausilio della prodigiosa memoria. Incaricato dalla Repubblica di Venezia e inviato a Cipro nel 1570 come magistrato del tribunale militare, alla caduta dell’isola per mano dei turchi ottomani nel 1571, Maggi è imprigionato e condotto a Costantinopoli, poi, nel 1572, viene strangolato dai suoi carcerieri. Il manoscritto sulle campane, rimasto a lungo inedito, venne pubblicato per la prima volta nel 1608, ad Hanau, nella regione tedesca dell’Assia, dal letterato olandese di Anversa Frans Sweerts.

Nei venti capitoli del suo libro Maggi descrive usi sacri e profani delle campane nel corso dei secoli e nelle ultime pagine tratta anche aspetti di metallurgia, con riferimenti alle fonderie di Venezia, aggiungendo: «Se qualcuno non avesse la possibilità di visitare le officine, consulti il libro “De la Pirotechnia” dell’illustre costruttore di campane Vannoccio Biringuccio » e dopo aver descritto i criteri principali di forma, diametro e dosaggio dei vari metalli componenti la lega bronzea, così conclude: «Ma è oramai tempo che io suoni la ritirata...oppresso grandemente come sono dalla prigionia e dall’inattività letteraria e, quindi, del tutto sprovvisto di libri». Tornando ai Marinelli e al loro Museo storico della Campana “Giovanni Paolo II” annesso alla fonderia agnonese, è cosa notevole che vi si conservi la campana di un maestro nostrano, il fonditore itinerante cilentano Cosma ( o anche Cosmanus ) da Laurino, vissuto tra il XIII e il XIV secolo. Di Cosma da Laurino, il maggior fonditore del suo tempo in area meridionale, che fu certamente artefice itinerante, sono noti diversi esemplari di campane, fuse per committenti importanti in centri meridionali, tra cui la chiesa di Santa Maria della Consolazione di Altomonte, in Calabria, dove si conserva una sua campana del 1336, che reca l’iscrizione: «Nell’anno del Signore 1336 mentre governava il signore nostro Filippo Sangineto, nel diciannovesimo anno del suo domino, Cosma De Laurino mi costruì». Altre opere, purtroppo perdute, di Cosma sono documentate a Nola, per il Duomo di S. Paolino e a Napoli per Castel Sant’Elmo, con un documento di spesa della corte angioina del 4 aprile 1339 che attesta la commissione a due « campanariis magistri campanae magnae », Martuccio da Venezia e Cosma da Laurino, di una campana per il castello.

A Laurino, paese d’ori- gine di maestro Cosma, si conservano altre due sue campane, di cui la più piccola squilla tuttora sul campaniletto a vela della chiesa dell’Annunziata e la cui scritta circolare in caratteri gotici esplicita : « Cosma de Laurino me fecit ». Cosma e il fratello Damiano furono artefici, nello stesso anno di Altomonte, nel 1336, di due campane dalla classica sagoma “a pan di zucchero”, cifra caratteristica degli esemplari di età gotica, per la chiesa di S. Michele Arcangelo di Teggiano, sulla cui torre campanaria ancora si fanno sentire. La recente scoperta di Marco Ambrogi architetto, direttore musei della Diocesi di Teggiano-Policastro, ispettore onorario dei monumenti, ed altre notizie su Cosma da Laurino redatte da Pippo Posillipo, le apprendiamo dalla visita al sito laurinese www.zadalampe.com , che dedica ampio spazio di testi ed immagini all’illustre concittadino di sette secoli fa, maestro Cosma