L'INTERVISTA

Carlo Lucarelli: «Montalbano ha i fans, Coliandro gli ultras»

Lo scrittore di gialli e noir ha incontrato gli studenti dell’Università di Salerno: i giovani vanno appassionati alla cultura

FISCIANO - «I narratori sono quelli che da piccoli raccontavano alla mamma cosa avevano fatto a scuola». A dirlo è chi di storie se ne intende, per averne scritte a bizzeffe e divulgate altrettante, nell’arco di trent’anni. Eppure Carlo Lucarelli, protagonista dell’incontro di ieri nel teatro dell’Unisa per la rassegna Dlivemedia, non ha perso la voglia di esplorare spaccati di attualità, senza dimenticare l’importanza della memoria. Avido lettore di gialli e noir sin dall’infanzia, il suo esordio letterario risale al 1990 con “Carta bianca”. Fu l’incipit di una carriera fatta di personaggi di culto come il commissario De Luca e l’ispettore Coliandro. Quest’ultimo, con la trasposizione nella serie dei Manetti Bros, in cui è interpretato da Giampaolo Morelli, è diventato un vero e proprio fenomeno televisivo, che vede Lucarelli nelle vesti di co-sceneggiatore. Numerosi gli ambiti in cui l’autore bolognese si è messo alla prova, a cominciare da quello giornalistico e dalla cronaca nera, con le inchieste in Rai di “Blu notte”, ma anche la radio e il cinema (girò “L’isola dell’angelo perduto”, uscito nel 2011, con lo stesso Morelli). Ad accomunare le sue passioni, la voglia di mettere in scena «fatti che hanno a che fare con le metà oscura dell’uomo», studiare la storia e riportarne alcuni aspetti, divulgare la cronaca senza cercare l’audience, mantenendo la giusta distanza da vittima e assassino.

Carlo Lucarelli, che ruolo ha la divulgazione della cultura per le nuove generazioni?
Spesso sui giovani si generalizza, ma sono diversi tra loro, come gli anziani. C’è sempre un interesse per la cultura e la memoria. Bisogna trovare il modo di avvicinarsi a questi argomenti e capire che sono interessanti e appassionanti.

È banale dire che si legge troppo poco?
Intanto va individuato chi non legge. I bambini leggono, i giovani pure, poi si perdono. L’importante sarebbe riuscire ad ampliare la cosa, fare in modo che uno non si senta in dovere di scegliere tra lavoro e lettura. Leggere dovrebbe aiutarti a lavorare, fa parte della vita.

Chi ispira i suoi racconti?
Tutti gli autori che hanno scritto storie che mi siano piaciute. Ho cercato di fare come loro ma di raccontare le cose a modo mio. Poi prendo spunto dalla realtà e da piccole cose che vedo intorno e mi fanno fare delle domande a cui rispondere scrivendo un saggio, raccontando senza indicazioni politiche.

Cosa cattura la sua attenzione ultimamente?
Molti miei libri sono ambientati in epoca fascista, anche in periodi raccontati poco, come quello che va dal luglio del 1943 all’armistizio. Ultimamente ho scritto cose che hanno a che fare con la rabbia. Metto in scena sentimenti come l’odio e la violenza psicologica, che fanno parte quotidianamente della nostra vita. Ci chiediamo perché e dove ci portano. Voglio capire perché siamo così.

Si parla spesso di giovani arrabbiati e di una cultura dell’odio. Di chi è la colpa?
Le precedenti generazioni, come la mia, non hanno tramandato abbastanza e nel modo giusto. È vero però che esiste un interesse da parte di molti giovani che sanno più cose di quanto immaginiamo. Dobbiamo confrontarci con loro senza pregiudizi.

Rispetto alla sua esperienza televisiva, ultimamente la tv rincorre troppo social e nuovi media?
Facciamo tutti un mestiere diverso, con modi e tempi diversi. Nessuno deve rincorrere gli altri. Però la tv non si occupa più di certe cose, come raccontare storie e approfondirle. Vedo più talk, dibattiti, inchieste, mentre non si mettono in scena pezzi del nostro passato.

Come nacque il personaggio Coliandro?
In modo non voluto. L’idea mi venne dall’ispettore Callaghan di Clint Eastwood. Inizialmente doveva essere un vero bastardo, razzista e maschilista, ma temevo che il pubblico si convincesse che la pensavo come lui. Allora lo resi onesto, ironico e un po’ amaro. Il risultato è che Montalbano e Schiavone hanno dei fan, lui dei veri e propri ultras.

C’è un segreto per diventare scrittori?
Posso suggerire solo di darsi da fare. Scrivere tanto e poi riscrivere. Ma non parlo solo degli scrittori, dovremmo farlo in ogni professione: insistere e insistere, solo così si arriva da qualche parte.

Francesco Ienco