CRITICA MILITANTE

Bologna addio, ma i libri vivono

Il docente scomparso curo a Salerno una mostra su S. Matteo e una sul Medioevo

di Alessio De Dominicis

Quando tre anni fa per questa rubrica scrivemmo dei sessant’anni e più di “critica militante” di Ferdinando Bologna (la Città 1 febbraio 2016 ) auspicavamo che il grande storico dell’arte avesse operato e scritto ancora a lungo, nonostante i suoi novant’anni. Purtroppo il 3 aprile scorso egli ha definitivamente concluso la sua lezione e gli occhi indagatori suoi si sono per sempre chiusi. La notizia della morte ha avuto poca eco presso i mezzi d’informazione, ma la comunità internazionale degli studiosi d’arte, antica e contemporanea, ha certamente avvertito che con Bologna scompare un maestro, organizzatore di mostre, comunicatore, didatta, scopritore e prolifico scrittore di momenti e figure dell’arte italiana, dal Medioevo al ’900. Per una misteriosa coincidenza questi primi giorni di aprile hanno segnato la sua scomparsa e, insieme, il decennale del tragico sisma de L’Aquila, la città dov’era nato nel 1925.

Al centro aquilano, che mostra ancora troppi segni di quel terremoto, Bologna ha dedicato i suoi ultimi scritti, “La Fontana della Rivera all’Aquila detta delle Novantanove Cannelle” e “Saturnino Gatti. Pittore e scultore nel Rinascimento aquilano” (L’Aquila 2014); in segno di massimo riconoscimento, nel 2016 ha ricevuto le chiavi della Città dall’Amministrazione aquilana. A Salerno Ferdinando Bologna fu docente nei primi anni ’50 presso l’Istituto Universitario di Magistero, ma i suoi meriti maggiori nei confronti della città e del territorio salernitano sono segnati da due date, 1954 e 2008. La prima data è quella della Mostra di opere d’arte nella sala S. Tommaso del Duomo (settembre 1954 – settembre 1955) in occasione delle celebrazioni per il millenario della traslazione a Salerno del S. Corpo di S. Matteo; mostra ed edizione del catalogo (1955) furono dovute massimamente al giovane Bologna, come suoi furono i contributi sull’arte salernitana, dal tardo medioevo al ’700, schedatura ed esposizione delle opere, in buona parte inedite, a sovrintendere ai restauri delle quali egli chiamò un ancor più giovane Raffaello Causa.

A proposito di quel catalogo del 1955 è opportuno ribadire quanto già scrivemmo in un breve saggio a lui dedicato, che cioè gli anni trascorsi a Salerno furono anni di ricerca sagace, sul campo, nell’allora sepolto e negletto patrimonio di questa provincia del Mezzogiorno e molte delle pagine di quel catalogo che Bologna dedica alla pittura del XVI e XVII secolo nel Regno di Napoli furono il prodromo, o meglio l’antipasto per chi gusta codeste letture, delle fondamentali monografie su Francesco Solimena (1958) e su Roviale Spagnuolo e la pittura napoletana del Cinquecento (1959). Tra le figure allora poco conosciute e apprezzate dalla critica nell’ambito della “nazione pittorica napoletana” e fatte riemergere da Bologna ci fu sicuramente Francesco Guarino ed altri seguaci minori del naturalismo caravaggesco, che Bologna icasticamente chiama naturalisti del “ Tratturo”. Il paragrafo VII (pag. 5364) del testo critico, con rimando alle schede di quattro delle opere in mostra (tra cui due inediti) è tutto incentrato sulla figura del Guarino, di cui Bologna traccia il profilo biografico- critico, in una prosa degna del miglior Roberto Longhi: «...Uno dei categorici, fra costoro, fu certamente Francesco Guarino da Solofra, la cui rude potenza di paesano, di provinciale rotto alle sopportazioni meno credibili, merita di essere, piuttosto che guardata con sospetto, apprezzata a parte, come aggiunta viva al clima napoletano del 1630. Re-immaginando i tempi e i luoghi tra le montagne irsute del serinese, anche questa può essere la volta buona per risolversi ad una osservazione accostante delle ragioni della provincia, dopo aver riletto, tra i molti addolcimenti aristocratici della storia meridionale, le secche relazioni di Giuseppe Maria Galanti, rimesse a Ferdinando IV, prima del 1799, sullo sfacelo dell’amministrazione baronale alla periferia...». Proprio in quell’anno 1955 uscivano presso Einaudi i quattro volumi della “Storia Sociale dell’Arte” di Arnold Hauser, libri che Bologna sicuramente tenne sulla sua scrivania.

La seconda data prima ricordata, il 2008, lega ancora maggiormente il ricordo dello storico aquilano a Salerno. Presso il Museo Diocesano di largo Plebiscito, dal 20 dicembre 2007 al 30 aprile 2008, si tenne l’importante mostra “L’enigma degli avori medievali da Amalfi a Salerno“, curata dall’ultra ottantenne Ferdinando Bologna, che, anche in quell’occasione, fu testimone di eccezionale valore nel rievocare fatti e manufatti prodotti nelle officine di Salerno e di Amalfi lungo l’arco di un secolo, il XII, e di cui si andava occupando fin dal catalogo 1954, quando già ebbe a definire quel ciclo figurativo come «...il solo avvenimento della storia dell’arte italiana che possa dirsi interamente salernitano: la comparsa dei celebri avori della Cattedrale» (pag.11).

La mostra e il catalogo del 2008 (in 2 volumi, Paparo Edizioni), a cinquant’anni di distanza da quello scritto, offrirono al pubblico e agli studiosi materiali , apparati critici ed espositivi, nemmeno lontanamente immaginabili nei tempi di “austerità” della mostra degli anni ’50, ma ora, scrive Bologna nel 2008, «...sottomettendosi al collaudo delle opere convocate in mostra...questo scritto si propone di risarcire la storia del monumento conservato nel Museo Diocesano di Salerno in rapporto a tutti gli altri monumenti-documenti qui appositamente radunati - anteriori, contemporanei o posteriori, che eventualmente risultino, e d’ogni genere e tipologia - bensì sotto il rispetto dei principali fra gli interrogativi ancora in attesa di riposta: la localizzazione, la cronologia e la fisionomia storico-artistica” ( pag.21). Pur tra dubbi e incertezze ancora esistenti, per quanto se ne disse delle 67 superstiti tavole e tavolette d’avorio scolpito, scampate a furti e vendite illecite, in quella rara occasione esse furono studiate e illustrate da fior di specialisti e accompagnate nell’esposizione da tanti altri esempi di monumenti eburnei, non soltanto di tema religioso ( come la cosiddetta “Cassetta di Farfa” ), ma anche laico, come i bellissimi pezzi di giuoco degli scacchi, cosiddetti “di Carlo Magno”, o gli altrettanto belli corni da caccia, detti “olifan- ti”.

Tra i contributi notevoli alla mostra si segnalano quello di Stefano De Mieri sulla fortuna critica degli avori di Salerno e il saggio di Antonio Braca che è oggi il maggior studioso del complesso eburneo salernitano - sulla “Cassetta di Farfa”, sul suo committente Mauro Comite e la bottega di scultura in avorio - operante ad Amalfi - che la produsse sul finire dell’XI secolo. Parafrasando il titolo del saggio che Roberto Longhi scrisse nel 1964, per la morte di Giorgio Morandi, pure noi, oggi, diremo: «Bologna exit, ma vivono i suoi libri ».