CARTA GIALLA

Alfonso Gatto e l’amore tormentato per Lydia Ansaldo

Nel 1941 nasce tra il poeta e la bella ereditiera un breve legame fatto di passione che porterà alla pubblicazione di “Ilaria”

Alfonso Gatto era un poeta molto amato, in Italia, fino all’8 marzo 1976. Un incidente d’auto quel giorno ha troncato la sua vita. La distrazione dell’industria culturale per molti anni ha trascurato la sua poesia. Ma quella che è stata una tra le voci più importanti del nostro Novecento da qualche tempo sembra rinascere. Qualche anno fa, infatti , Mondadori ha finalmente ristampato “Tutte le Poesie”, curate da Silvio Ramat. Leggendo con crescente attenzione questo volume, pagina dopo pagina, è affiorato un sussurro che mi ha indotto ad indagare su un nome, Lydia A., e a ricercare le lettere di Gatto, oggetto anni fa di un convegno e di una mostra a Genova dove si raccontava la storia d’amore tra il poeta e una giovane donna della nota e ricca famiglia Ansaldo, proprietaria delle omonime acciaierie. Sono circa settanta lettere, un carteggio ininterrotto durato circa dieci mesi. Nel periodo più intenso del carteggio, tra il maggio e l’agosto 1941, il poeta invia lettere a Lydia con frequenza giornaliera. Ogni giorno una lettera, talvolta addirittura due nell’arco della stessa giornata. Il poeta conosce Lydia - allora venticinquenne - a Torino il 18 maggio 1941. Lydia si reca spesso nel capoluogo piemontese per studiare pittura nell’atelier di Felice Casorati; e frequenta anche gallerie d’arte. In una di queste circostanze - precisamente a una mostra del pittore Paulucci, in cui intervengono tra gli altri Carrà, Casorati, Soffici e Pratolini - conosce Gatto, poeta già affermato e in cerca, tra Milano Torino e Firenze, di un lavoro letterario o giornalistico che gli procuri un po’ di serenità economica. Anche Gatto ama l’arte - è anche uno stimato pittore - e l’incontro fa divampare tra i due una passione che durerà poco meno di un anno, tra appuntamenti e palpitanti attese. Il rapporto fra i due fu tormentato fin dall’inizio, e destinato a finire in un vicolo cieco. Il poeta in quel tempo era sposato da sette anni e aveva due figlie. Lydia, a sua volta, aveva motivi altrettanto validi per mantenere una certa riservatezza avendo alle spalle un matrimonio fallito risoltosi in una separazione. Ad appesantire ulteriormente la situazione contribuisce la precarietà economica in cui versa il poeta, nonostante la fama procuratagli dalle prime due raccolte di liriche (Isola e Morto ai paesi), che lo costringe a continue peregrinazioni tra Firenze, Roma, Milano e Torino. A tutti questi problemi si aggiunge la guerra che da quasi un anno ha coinvolto il nostro Paese. Nei suoi versi il poeta la chiamerà Ilaria, nome ispirato a Ilaria del Carretto, raffigurata nel suo sonno eterno da Jacopo della Quercia nel duomo di San Martino a Lucca. Tra i due nasce subito una fitta corrispondenza: la prima lettera è del giorno dopo, da Milano. Questo fitto carteggio durerà ininterrotto fino al 3 luglio. Ogni giorno una lettera. Il poeta crede di aver trovato finalmente la donna cui dedicare la sua poesia. Lydia a sua volta rispondeva, indirizzando “Fermoposta, Firenze”. Gatto scendeva ogni giorno da Settignano, dove allora abitava, e si precipitava all’ufficio postale dove puntualmente trovava la lettera tanto attesa. L’ansia di Gatto faceva lievitare l’amore, naturalmente all’insaputa della moglie, con la quale divideva la casa di Settignano, che lasciava sempre più spesso per scrivere a Lydia dai tavolini del “Caffè delle Giubbe Rosse”, celebre ritiro di letterati, dall’ufficio postale, appoggiato alla spalletta di un ponte sul Lungarno. Con Lydia vagheggiava un futuro di arte e di amore. Il 22 maggio ricorda il loro primo incontro. Dopo una notte di passione la accompagnò alla stazione di Porta Nuova: “Tu eri pallida e sciupata in quell’alba livida quando il treno ti portò via”. Le invia trepido la prima poesia dedicata a lei, “Sera sul Po”. I giorni trascorrono lunghi, interminabili e Gatto si rammarica di quel loro primo incontro troppo fugace. Arde dal desiderio di rivederla: «Ormai aspetto a tirare le reti dei miei compensi di articoli, poesie ecc. per poter partire con un minimo di tranquillità; sono giorni che ci dividono, giorni fatti di ore più ore, infinite. Parleremo di Ilaria, che scriverò. Ne sei contenta?». Ilaria è un celebre piccolo poema di cui non si era individuata l’ispiratrice: è Lydia, che da quel momento chiamerà Ilaria. La passione cresce, dilaga nelle poesie che usciranno sulla rivista letteraria Primato nel numero di Luglio. Finalmente, agli inizi di quell’estate il poeta, con sotterfugi vari, riesce a rivedere l’amata. Arriva a Genova, di notte: «Conosco il trepido languore dell’attesa. Riusciremo a riconoscerci?» Vissero giorni di passione dal 5 al 10 e dal 21 al 23 luglio. Fu quello un mese ardente di vita e di lettere dove il ricordo degli incontri viene rievocato da Gatto con toni fiammeggianti, ulteriore promessa di incontri passionali. Nascerà il poema “Ilaria” che verrà pubblicato su “Primato” nel primo numero del 1942. Ma già in quel periodo la passione si era affievolita. Intanto era successo l’inevitabile: la moglie del poeta aveva scovato le lettere di Lydia nelle tasche di una giacca. Lui le aveva scritto: «Le tue lettere le conservo con me, mi seguono ovunque…le difenderei a costo della vita…non potrei mai distruggere una tua lettera…». Il 29 luglio amaramente confessa: «Ho distrutto le tue lettere…». Forse tentava di salvare qualcosa nel rapporto con la moglie, cercando con quel gesto di voler almeno cancellare le prove del tradimento. Intanto inviava altre lettere a Lydia: «Tu sai come io ti ami…». Ma da Genova le risposte diventavano sempre più rare, e il poeta ne soffre. L’ultima lettera di Gatto è del 16 febbraio 1942, da Torino, luogo del loro primo incontro: «Mia cara Ilaria, qui, lungo il Po, per il Valentino, ti ho ricordata, e da ieri si può dire che io non vivo che di te. Ma a te non importerà più nulla…». Questa lettera segna il definitivo distacco. Da allora, tra i due, calerà il silenzio. Il poeta proseguirà per la sua strada costellata da continue peregrinazioni e successi letterari. Lydia si dedicherà al teatro fondando a Genova, nei primi anni Settanta, “L’Atelier”, uno dei primi gruppi sperimentali in Italia, e dedicandosi all’insegnamento della dizione per i giovani attori.