LA STORIA

Alfonso Gatto e il racconto “noir” del caso Fenaroli

Il letterato salernitano seguì il processo per “Il Giornale del Mattino” di Firenze narrando le vicende come in un romanzo

Gli anni Cinquanta e Sessanta vengono ricordati anche perché furono la stagione dei grandi delitti in Italia. Quello che, forse ancora oggi, si ricorda meglio è il “caso Fenaroli”, vero segno dei tempi: accanto alla 600 e al centro-sinistra ha rappresentato il punto di passaggio dall’Italia contadina a un’Italia moderna. Un paese in cui si diffondevano i frigoriferi e le utilitarie di massa si americanizzava anche nei delitti. Non più faide contadine, omicidi per gelosia, mostri come la “saponificatrice di Correggio”. Un delitto “raffinato” che non era il prodotto della miseria o delle faide politiche dell’immediato dopoguerra, ma si svolgeva in un ambiente borghese e presentava particolari romanzeschi che avremmo letto volentieri in un giallo di George Simenon o di Agatha Christie. Per la prima volta compariva la parola alibi e poi tutti quegli elementi: la polizza assicurativa, il biglietto verde del treno, il vagone letto, la corsa in auto tra il centro di Milano e l’aeroporto della Malpensa, i gioielli della vittima, Maria Martirano, una donna dal passato non proprio cristallino, il personaggio del mandante, un imprenditore in difficoltà, il marito, che facevano pensare a un ambiente benestante… infine la figura del killer, Raoul Ghiani, che non era un picciotto mafioso assoldato magari a Palermo, ma un giovane per bene, un elettrotecnico milanese, incensurato. Dettagli mirabili. Un intrigo che aveva tutti gli ingredienti del grande “noir”.

Il primo processo. Il primo processo per l’omicidio di Maria Martirano viene celebrato in corte d’assise a Roma tra il febbraio e il giugno 1961. Difensore di Fenaroli e Ghiani è un maestro come Francesco Carnelutti, a sostenere le tesi della parte civile, Adolfo Gatti. Era il primo grande processo indiziario del dopoguerra che aveva diviso come mai l’opinione pubblica in innocentisti e colpevolisti. Durante le fasi del processo più volte avvengono vivaci tumulti. Rappresentanti e fautori delle due tesi, colpevolezza e innocenza, vengono alle mani e il processo deve essere più volte sospeso. Tutte le udienze furono seguite da un foltissimo pubblico come un evento imperdibile; grandi personaggi del cinema, tra cui Anna Magnani e Vittorio De Sica, vi assistettero con appassionata partecipazione.

L’inviato Gatto. Alfonso Gatto, inviato de “Il Giornale del Mattino” di Firenze, segue il processo dal 18 febbraio all’11 giugno 1961: variegate cronache raccolte in volume nel 1996 dall’editore Avagliano (a cura e con un saggio di Luigi Giordano e con l’introduzione di Fruttero e Lucentini). Inizialmente il “nostro” poeta sembra non tener conto degli aspetti “spettacolari” del delitto, vi accenna solo per deplorare «l’interesse morboso e la curiosità insana» del pubblico. Poi, man mano che il processo va avanti, al di là della colpevolezza o no degli imputati, ha l’impressione che sia il delitto a «non quadrare». Uno strano delitto che definisce “telecomandato”, ideato, pensato «da una società anonima più che da un uomo». E, accennando alla causa del delitto, la polizza di assicurazione, non può fare a meno di sottolineare che una cosa simile «appartiene a una civiltà che non è la nostra». Questo delitto, definito «moderno» dalla parte civile, il poeta lo definisce «straniero, di importazione». Insomma, è un delitto che sembra non appartenerci. Probabilmente Gatto si riferiva a un certo genere di film (o di romanzi) di importazione, soprattutto americani: un genere che Gatto non amava particolarmente. Il poeta, intellettuale civilmente impegnato, preferisce soffermarsi sulle “ragioni ultime” che hanno portato al delitto: il danaro, la società corrotta.

Il mistero dell’umano. Frequentando per quattro mesi il Palazzaccio, Gatto, che non si mostrò né innocentista né colpevolista, fu avvinto soprattutto dal “mistero dell’umano” e, su quell’umano, costruì il suo lungo racconto, distinguendo la “colpa” dall’innocenza, la giustizia dall’arbitrio, il lavoro dal danaro: in riferimento soprattutto alla figura di Ghiani. Al di là delle verità processuali ci sono gli interrogativi di Gatto: si chiede come quel giovane dall’aria qualunque abbia potuto evadere dalle abitudini della sua vita, volare a Roma in tempi stretti, diventare strumento quasi gratuito di un delitto a distanza. Un delitto senza gesti, senza passioni, senza grimaldelli, perché basta una telefonata per aprire la porta all’assassino di Maria Martirano e due mani robuste per strangolarla. Quell’uomo che è sotto accusa non è un relitto dei bassifondi, non è nemmeno un tipo chiuso che covi nel cuore oscure vendette. E allora, come è stato possibile?

I dubbi del poeta. Gatto seguì quotidianamente il processo, spesso si aggirava pensoso per le aule del Palazzo di Giustizia, tormentato da dubbi che non riusciva a sciogliere. Sicuramente la storia, il “caso” lo coinvolse e lo appassionò fino in fondo, scrisse decine di articoli, raccontò fatti, sospetti, personaggi: una sorta di “inutile romanzo”. Perché inutile? «Gatto aveva perfettamente intuito che nella robustissima e travagliata trama di quella storia c’erano i presupposti naturali di una narrazione aperta e imprevedibile», scrive Luigi Giordano. Il 10 giugno, poco prima di mezzogiorno, dopo aver fatto capannello con altri giornalisti, il poeta torna al suo posto nella tribunetta riservata alla stampa «con gli ultimi appunti, con le parole gravi e ammonitrici di Carnelutti, con le parole appena mormorate degli imputati, ai quali il Presidente ha rivolto l’ultima domanda di rito. Niente, Sono innocente, hanno risposto, senza trovare la voce… chissà a che ora si avrà la sentenza: nella tarda sera, a notte, forse all’alba…». La giuria rimane in camera di consiglio tutta la notte, e con essa vegliano in ansia migliaia di italiani.

La decisione. La sentenza è pronunciata alle 5,15 dell’11 giugno 1961. L’aula, i corridoi, le scalinate del Palazzo di Giustizia sono gremite come uno stadio. L’inviato della Rai, Lello Bersani, annuncia la sentenza in diretta televisiva, e il traffico intorno al tribunale impazzisce. Per Fenaroli e Ghiani è l’ergastolo, che viene confermato sia dalla Corte di Appello il 27 luglio 1963, sia dalla Cassazione il 7 luglio 1966. Sono passati molti anni da quei fatti, ma in molti è rimasto il dubbio. Ed è stato il libro di Antonio Padellaro, (“Non aprite agli assassini”- Baldini e Castaldi editori- 1995), a rimescolare le carte, intrecciando a quel delitto altre due storie che dominarono le cronache italiane di quegli anni: lo scandalo Italcasse e la vicenda del Sifar, il primo servizio segreto italiano. Per la cronaca: Fenaroli muore il 15 settembre 1975 senza aver mai potuto dimostrare la sua innocenza. Ghiani viene graziato dal presidente Pertini, per buona condotta, dopo 25 anni di carcere; si sposa con una signora di Firenze nel 1990. Pochi minuti dopo la sentenza, Gatto riordina i suoi appunti. Spuntano le prime luci del giorno. Il poeta, prima di avviarsi all’uscita, si rivolge all’amico Ferrante Azzali. Poche parole, una mirabile e indimenticabile nota di colore: «A quest’ora le fioraie a piazza di Spagna vanno esponendo fiori».