L'INTERVISTA

Alessio Boni: «Vi farò conoscere il vero Don Chisciotte»

L’attore bergamasco sarà al Verdi con lo spettacolo ispirato al romanzo di Cervantes: di Salerno mi affascina il Duomo

SALERNO - Non ha bisogno di presentazioni Alessio Boni, attore bergamasco, tra i più apprezzati a cinema e a teatro. Occhi magnetici e accattivanti, che contengono tutte le sfumature dell’azzurro, fascino da vendere e aria pensosa, capacità di spingersi oltre la recitazione, tralasciando orpelli e leziosità, per concentrarsi con perizia e sensibilità, soltanto sull’attitudine scenica, immediata e intensa, che contraddistingue i disparati ruoli da lui interpretati. Alessio Boni, libero da ogni cliché, raggiunge la popolarità, con la serie televisiva “Incantesimo”, e a cinema con il film “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, che gli ha garantito “Il nastro d’argento”, nel 2004. E poi una serie lunghissima di successi e pellicole importanti, come “La bestia nel cuore”, “Sangue pazzo”, “Arrivederci amore ciao”, “Quando sei nato non puoi più nasconderti”, “La ragazza nella nebbia” e le fiction “La donna nel treno”, “Cime tempestose”, “Guerra e pace”, “Puccini” e le convincenti e concrete interpretazioni, sempre per la Rai di “Caravaggio”, “Walter Chiari”, “Enrico Piaggio” e “Giorgio Ambrosoli”. L’abile e versatile attore, che racconta le mille sfaccettature dei sentimenti e dell’animo, sarà protagonista, insieme a Serra Yilmaz, dell’opera teatrale “Don Chisciotte” che da domani a sabato si terrà al teatro municipale “Giuseppe Verdi” di Salerno.

Alessio Boni, che caratteristiche avranno i personaggi del suo “Don Chisciotte” e in che contesto scenico si muoveranno?
Questo meraviglioso romanzo di Cervantes, che dopo il “Corano” è il libro più venduto al mondo, contiene in sé tre parole d’ordine: ironia, sogno visionario e poesia. Quando reciti quest’opera non puoi assolutamente esimerti dal tentativo di trovare un equilibrio tra questi tre elementi imprescindibili, collegati e dipendenti uno dall’altro. Il nostro “Don Chisciotte” ha una drammaturgia nuova, che resta fedele però agli aspetti connaturali di un romanzo che rappresenta la metafora del vero ed evidenzia la figura di un personaggio sui generis, sfrontato e quasi caricaturale che perde su tutti i fronti, ma è un perdente di successo.

Restando nell’ambito del teatro pensa che una lettura approfondita, metodica e appassionata, contribuisca a costruire un’identità scenica?
Ben venga la letteratura, il teatro non avrebbe senso, non esisterebbe senza la lettura, senza lo studio minuzioso, dove scopri tutto ciò che realmente c’è dentro a un romanzo. Per entrare in scena e recitare è necessario prepararsi al meglio, procedere all’analisi dei personaggi, che sono complementari alla conoscenza dei testi. Poi mentre reciti, le luci, i costumi, le atmosfere, contribuiscono a creare la magia del teatro.

Si considera un sognatore, oppure preferisce restare ancorato alla realtà?
Coabita una dualità dentro di me. La mia esperienza, che ho maturato facendo il piastrellista con mio padre, mi porta a essere concreto, ma sono allo stesso tempo, un grande sognatore, un visionario, una persona che ama la libertà e guarda il cielo, il mare, immaginando storie fantasiose. Dovremmo prendere esempio dai bambini, che sono i sognatori per eccellenza, animano tutto ciò che li circonda e vivono immersi in una realtà parallela.

Da bambino cosa avrebbe voluto fare da grande?
Il direttore d’orchestra o la rockstar, ma purtroppo in famiglia non avevamo molte possibilità economiche, quindi come spesso succede, ho seguito mio padre nel suo lavoro. Il destino però aveva altri programmi per me.

Ha spesso interpretato personaggi leggendari, come Ulisse, Caravaggio ed Heathcliff, è esigente quando si prepara ad approcciare questi ruoli?
Sono molto studioso e disciplinato, ripeto sempre gli stessi rituali, faccio yoga, mi preparo fisicamente, mentalmente e alleno anche la mia voce con esercizi specifici, quando entro in scena però, mi butto e va come va. Quando interpreto personaggi difficili, il risultato finale dipende molto dall’empatia che si crea con il pubblico.

Secondo lei il teatro in Italia gode di buona salute?
Ne sono sicuro. Una statistica di tre anni fa riportava che sono più affollati i teatri che gli stadi e questo perché la gente ha voglia di percepire l’energia, lo stupore e le emozioni, dal vivo. Il teatro è una terapia di gruppo.

È già stato a Salerno?
Sì, per lavoro diverse volte ma anche da turista. Sono rimasto folgorato dall’atrio e dalla cripta del Duomo. Vivete in una città meravigliosa e culturalmente elevata.