L'INTERVENTO

A Velia un Grand Tour del terzo millennio

Fare delle rovine abbandonate un punto di attrazione per gli amanti della cultura e della storia

Le rovine di Velia abbandonata sono le nostre rovine morali, lo spaccato impietoso di un’epoca di decadenza, quel che resta di una politica distratta, arrogante ed indifferente. Esse ci osservano attonite e aspettano una vigorosa presa di coscienza collettiva. Anche il mondo ci osserva e ci giudica, perché Elea-Velia non rappresenta solo la testimonianza di una scuola filosofica, ma il punto di partenza del pensiero moderno e contemporaneo. Proprio dalla scuola eleatica abbiamo tratto la dottrina sociale che caratterizza noi uomini occidentali come bisognosi di buone leggi e di un buon governo. Dalla scuola eleatica abbiamo assunto i principi inderogabili di federalismo, solidarietà e coesistenza pacifica tra popoli, temi più che mai di scottante attualità. La “città assente”, la definisce Ungaretti in “Viaggio nel Mezzogiorno” e Amedeo Maiuri, che fu Soprintendente ai beni archeologici della provincia di Salerno, in “Passeggiate campane” profetizzò che non sarebbe stata mai terra di grandi carovane turistiche: « ...terra di pellegrini solitari, di lenta ed ardua ricerca, dove l’esploratore, innanzi a pochi ruderi informi, deve misurarsi da solo con la scabra nudità del terreno, con la lenta e profonda devastazione portata dagli elementi e dagli uomini». Ecco perché Elea è difficile ed assente: non è Paestum con la meraviglia abbacinante dei suoi templi, ma pietre che chiedono che ci si metta in religioso ascolto per essere comprese. Quale futuro si prospetta per Velia? Tutti ne parlano, esaminando la questione attraverso punti di vista che spesso confliggono e dividono. Se ne parla ancor più alla fine di una stagione turistica che ha portato scarsi e scadenti frutti, oltre che delusione nelle aspettative. Allora coraggiosamente si avvii una rinascita che parta da qui, dai giovani, e sono tanti, egregiamente formatisi all'ombra di Parmenide e divenuti eccellenze, spesso altrove, perché questa terra respingente e matrigna li ha condannati ad un ingiusto esilio. Poiché Velia non sarà facilmente oggetto di interventi materiali che comportano ingenti investimenti, diventi un luogo simbolo, meta di un Grand Tour del terzo millennio, sacrario di civiltà, punto di arrivo e pellegrinaggio di eruditi, umanisti, amanti del bello, della filosofia e soprattutto approdo di giovani di diversi Paesi. Diventi, con l’approvazione di un dettagliato Statuto, città di concordia tra popoli, testimone e faro di tolleranza e convivenza pacifica, lei che nacque proprio dai Focesi che in fuga dall’Asia a causa della tirannide, vi approdarono riconoscendovi la terra promessa dall’oracolo. Si istituisca una fondazione che investa tutte le rappresentanze del territorio e si faccia carico della gestione delle risorse; si faccia in modo che Velia rappresenti una roccaforte per la difesa dei diritti fondamentali, proprio come è accaduto miracolosamente a Marzabotto, che con la Fondazione “Scuola di pace Monte Sole” opera per la conservazione della memoria storica e la salvaguardia dei diritti dell’uomo dopo i fatti tragici dell’eccidio perpetrato dai nazifascisti nel 1944. Attraverso la costituzione di una fondazione diventa praticabile anche il sogno di un museo che raccolga, salvaguardi e metta in luce i reperti sparsi e abbandonati, che non sono pietre, ma manufatti parlanti. C’è chi ostinatamente dichiara che Velia debba rimanere così come è, in silenzio e sepolta. Costoro certamente temono interventi scriteriati e distruttivi che già in passato hanno compromesso l’area inferendole ferite ormai inguaribili. C'è un'amara rassegnazione in coloro che ragionano così, ma come dare torto a chi riconosce questa come terra tradita, depredata e destinata da sempre a costituire unicamente serbatoio di voti. Ma Ungaretti ci indica a dito e severamente ci ammonisce: «E di te, città disperata, e di voi, primi occhi aperti, o Eleatici, non è rimasto altro se non un po’ di polvere?». Ascoltiamolo, questa volta contraddicendo Parmenide che forse, con il suo insegnamento, ci ha condannato all’eterno principio di immobilità ed immutabilità dell’Essere.