C’è una domanda semplice, ma tutt’altro che scontata: “Dimmi davvero come stai”. È da qui che riparte il viaggio di Luca Abete, che torna all’Università degli Studi di Salerno con il suo tour #NonCiFermaNessuno, pronto a trasformare un’aula universitaria in uno spazio autentico di ascolto, confronto e racconto. Non una lezione frontale, ma un laboratorio vivo, dove le storie prendono forma e i giovani diventano protagonisti, tra podcast, testimonianze e contenuti costruiti insieme. Al centro, la salute mentale e il bisogno – sempre più urgente – di creare luoghi in cui potersi esprimere davvero, senza filtri.
Il format è arrivato alla sua dodicesima edizione: cosa è cambiato negli anni nel modo in cui i giovani raccontano sé stessi e le proprie fragilità?
Questo è un format che ha qualcosa di miracoloso, perché 12 anni fa è nato dall’ascolto dei ragazzi, senza la pretesa di impartire lezioni. Proprio questo ascolto ci ha dato la possibilità di comprendere i loro sentimenti, le loro fragilità e i momenti più complessi, le loro emergenze. Nel corso degli anni abbiamo così costruito un percorso straordinario, affiancandoli nella loro evoluzione. Oggi posso individuare tre fasi in questi 12 anni. La prima, quella iniziale, arriva fino al periodo precedente alla pandemia: in quel momento i ragazzi erano fortemente concentrati sul post-laurea, quindi sullo studio, sul conseguimento del titolo, sull’ingresso nel mondo del lavoro e sulla ricerca di una propria dimensione professionale. L’aspetto personale restava più in secondo piano. La pandemia, però, ha rimesso tutto in discussione. Noi abbiamo continuato ad ascoltarli. In quel periodo i ragazzi hanno smesso di parlare di futuro e hanno iniziato a raccontare il loro stato d’animo: come stavano, cosa vivevano, cosa sentivano mancare. Dal 2022 si respira un’aria nuova: i ragazzi sono ripartiti e oggi sono nuovamente molto impegnati nello sviluppo del proprio percorso accademico e professionale, ma hanno anche iniziato a parlare molto di più di sé stessi, e lo fanno con maggiore consapevolezza.
Il suo è un linguaggio diretto, lontano da quello istituzionale: quanto è importante oggi cambiare il modo di comunicare per arrivare davvero ai giovani?
L’autenticità è una condizione che funziona anche per gli adulti. I ragazzi, però, vogliono conoscersi – ed è sempre stato così – nei linguaggi, negli strumenti. Noi portiamo avanti un laboratorio sui linguaggi della comunicazione: lo abbiamo sempre fatto e quest’anno lo abbiamo strutturato in maniera ancora più organizzata, coinvolgendo i dipartimenti di comunicazione delle università. In ogni ateneo, 15 studenti diventano protagonisti della comunicazione del format: mettiamo a disposizione tutto ciò che serve e affidiamo loro la produzione dei contenuti, dal lancio dell’evento alla gestione, fino alla divulgazione di quanto accade. È una formula riconosciuta, perché un format che vuole parlare ai giovani non può utilizzare il linguaggio degli adulti: devono essere loro i protagonisti. E i risultati sono eccellenti.
Da campano, arrivare a Unisa cosa vuol dire?
Il progetto è nato perché sono un adulto che non ha dimenticato di essere stato un ragazzo. Quando vado nelle università d’Italia, spesso è la prima volta e non conosco fino in fondo le esigenze degli studenti di quel territorio. A Salerno, invece, è diverso: lì rivedo nei ragazzi il mio percorso, le mie esigenze. Anche se sono passati anni. È un’emozione particolare. Ma ovunque vado ho un obiettivo preciso: fare in modo che non ci sia spreco di talento.

