Verso ora di pranzo, il sole caldo, anche nelle giornate più fredde, filtra tra le finestre di una piccola gastronomia dove fin dalla mattina c’è un via vai per merende, panini e caffè. È lì che il più delle volte puoi imbatterti nei ragazzi e nelle ragazze del Conservatorio “Martucci”, tra i quali, i più affezionati clienti ci sono i componenti del Collettivo Musicanti Autogestiti, conosciuto come “C.M.A.”. Quella degli studenti e studentesse dell’istituto di Alta Formazione Artistica e Musicale di via De Rienzo è una comunità quasi invisibile in città, si potrebbe dire silenziosa, aspetto paradossale per dei musicisti. Chi può affitta una stanza, perlopiù chi proviene dall’esterno della Campania, ma chi, invece, come la maggior parte dei membri del collettivo, vive tra area Nord e Sud di Napoli è destinato a una complessa vita da pendolare, ancora più dura se si pensa che il Conservatorio è situato nella zona più alta della city.
In questo contesto nasce il Collettivo, con lo scopo primario di creare comunità che avverte il bisogno di auto-rappresentarsi anche fuori dai canonici canali istituzionali. Il C.M.A. opera unendo i tre dipartimenti, da sempre profondamente divisi: pop, jazz e classico. La massima forma di espressione che mettono in campo per stare insieme è chiaramente la musica: fin dalla fondazione, infatti, le loro Jam Session sono lo strumento tramite cui si fanno conoscere, creano legami e animano ogni volta location diverse sul territorio Salernitano. Oltre la musica, che si esprime attraverso un ampio repertorio fusion, il linguaggio che utilizzano è quello del confronto, dell’apertura e della riflessione sulle cose del mondo e delle condizioni che vivono in quanto soggettività studentesca conservatoriale che si riconosce, precaria, ma al tempo stesso sognatrice. Portano avanti le loro battaglie suonando, ma anche istanze comuni, come quella palestinese e per tutti i popoli oppressi. Trovare spazio in un contesto come quello salernitano e campano, risulta difficile: le tariffe orarie per usufruire di sale prova e di registrazione spesso sono inaccessibili.
Molti di loro da aprile a settembre hanno il calendario pieno di matrimoni e cerimonie, fondamentali per potersi mantenere e coltivare la propria passione, in assenza di possibilità presso live club, locali e circoli, dove è sempre più difficile suonare musica. Con le loro Jam, però, riescono a tenersi uniti e ad arrivare a tante persone che, altrimenti non conoscerebbero la loro realtà. È questo il principale mezzo a disposizione per riconoscersi, in un ambiente che fatica a mettere loro a disposizione strumenti per vivere la città a misura dei propri bisogni. In mancanza di una filiera artistica e culturale che gli dia una dimensione per sostenersi e crescere, con stimoli e agevolazioni, il loro spazio sono costretti a conquistarselo.
Piccole realtà associative riescono a dare loro agibilità e legittimità in quanto parte della comunità cittadina, partendo dal Circolo Arci “Marea”, prima e ricorrente dimora per le loro Jam, passando per Metis, Emersa e Limen, con cui nel tempo suonano al Csa Jan Assen, a Palazzo Fruscione e all’Eremo del Santo Spirito. Boccate d’aria fresca per chi sta attraversando una fase importante di formazione, che sembra esistere solo nelle mura del “Martucci”, all’esterno della struttura è solo panorama di passaggio o dormitorio. Tanti, prima di loro, sono passati momentaneamente per Salerno senza lasciare un segno, prendendo poco di quel che ha da offrire la nostra città. La quale sembra, invece, limitarsi a ospitare la struttura conservatoriale, incapace di predisporre percorsi strutturali di integrazione (anche in termini occupazionali) nell’hummus sociale per gli oltre 1.000 iscritti.

