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Il treno che doveva “muovere” il Cilento

di Nicola Salati
Galzerano ridà luce al progetto di Blanco che nel 1901 ideò il collegamento su ferro, rimasto solo su carta, tra i paesi interni e i grandi centri
Il treno che doveva “muovere” il Cilento

Una seconda linea ferroviaria nel Cilento per collegare l’interno con i paesi della costa e con la Napoli-Reggio Calabria.

Un progetto sconosciuto, risalente al 1901, che viene riportato alla luce da Giuseppe Galzerano nel suo ultimo libro dal titolo “Ferrovia o Rivoluzione”. L’autore, nel volume pubblicato con la sua casa editrice Galzerano Editore, fondata nel 1975, ha infatti riportato alla luce un progetto firmato dall’ingegnere napoletano Enrico Blanco che prevedeva sedici stazioni ferroviarie dislocate sul territorio dei seguenti Comuni: Agropoli, Castellabate, Ortodonico, Pollica, Casalicchio (l’odierna Casalvelino), La Pantana (nel comune di Castelnuovo Cilento), Vallo della Lucania, Cannalonga, Campora, Laurino, Felitto, Aquara, Castelcivita, Controne, Postiglione, Ponte Sele.

«Ferrovia o Rivoluzione: gridavano nell’Ottocento i manifestanti in alcuni paesi del Cilento nelle dimostrazioni per ottenere la ferrovia che avrebbe migliorato le condizioni economiche, sociali e culturali delle popolazioni e del territorio, consentendo alle persone e alle merci di muoversi con maggiore celerità rispetto ai carri trainati dai buoi e sulla sella degli asini o a dorso di mulo», spiega Galzerano.

Nelle 92 pagine della sua ultima fatica letteraria, l’autore ripercorre e documenta, a partire dal primo intervento al Parlamento del Regno d’Italia del 13 luglio 1861 dell’on. Francesco Antonio Mazziotti per perorare la causa della costruzione della linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria, aspirazioni, interventi, progetti e manifestazioni a favore della ferrovia nel Cilento.

È proprio nel 1901 che l’ingegnere napoletano Enrico Blanco, «nell’introvabile e rarissimo opuscolo dal titolo Progetto della ferrovia economica a trazione elettrica Agropoli Casalicchio Vallo Laurino Ponte Sele», sottolinea Galzerano, lancia l’idea e la sfida per la costruzione di una linea che potesse collegare quei paesi che si trovano in «deplorevole abbandono», come scrive lo stesso ingegnere.

Ma cosa prevedeva il progetto? Lo si può scoprire leggendo il libro di Galzerano che anticipa: «Il progetto prevede la costruzione di 12 tronchi ferroviari per 127 chilometri, che annualmente sarebbero stati utilizzati da 107.593 persone, con la creazione di 16 stazioni ferroviarie, 20 ponti, 6 viadotti, 20 gallerie. La velocità minima sarebbe stata di 60 chilometri all’ora».

Un progetto che avrebbe sicuramente avuto i suoi effetti benefici su un territorio che, ora come allora, rimane ai margini di uno sviluppo socio-economico importante e duraturo e che avrebbe di sicuro evitato lo spopolamento incessante e senza soluzione di continuità a cui si assiste quotidianamente nei vari paesi che fanno parte dell’Area Parco.

«È un progetto che guardava al futuro e al progresso del Cilento» afferma Galzerano. «La costruzione e la presenza di una linea e di una stazione ferroviaria avrebbero permesso alla popolazione di vivere in un contesto diverso e migliore, cambiando la storia e il destino sociale, economico e politico dei paesi interni e marini. Nell’impossibilità di riprendere quel progetto, sarà almeno utile conoscerlo ed è quello che ho inteso fare ripubblicando quel raro, sconosciuto e introvabile opuscolo di Enrico Blanco».

Il Punto – di Alfredo Boccia

Qui la locomotiva dello sviluppo non si è fermata. E vincono i ciucci

“Ferrovia o Rivoluzione” gridavano i nostri avi all’alba del Novecento. Parole poco fortunate e comunque inascoltate a considerare l’elenco, a sud di Salerno, delle infrastrutture di ogni genere negate o, forse peggio, incompiute.

Oltre un secolo dopo, a parte qualche sporadico progetto di integrazione territoriale lungo l’asse mare-monti in parte realizzato, per lo più lamentele all’insegna del campanilismo o della casacca politica come per la Fondovalle Calore, di cui qualche chilometro asfaltato è percorribile.

Per il resto né binari e neppure treni, ma ciucci. In Cilento, Alburni e Valle del Calore di certo sono gli asini a collegare i diversi territori, se non si intende utilizzare strade troppo spesso dissestate o mezzi pubblici inesistenti al calar del sole.

Tanto di poco invece di essere operativi, tutti insieme, per una strada ferrata o altro concretamente capace di unire i destini delle aree costiere e delle zone interne nel comune segno denominatore dello sviluppo.

Progresso che le infrastrutture sempre garantiscono, soprattutto se nel rispetto dell’esistente sui territori, impattando di conseguenza in maniera positiva, con meno fughe dalle comunità e maggiori presenze continuative nelle stesse.

Già nel 1901, in caso di attivazione della linea ferroviaria in Cilento poi mai realizzata, si contava una previsione annua di 107.593 passeggeri grazie al progetto di collegamento su rete ferrata tra Agropoli, Castellabate, Ortodonico, Pollica, Casalicchio (ora Casalvelino), La Pantana (attuale Castelnuovo Cilento), Vallo della Lucania, Cannalonga, Campora, Laurino, Felitto, Aquara, Castelcivita, Controne, Postiglione, Ponte Sele.

Numeri in futuro non registrati e neppure mandati a memoria perché adesso, come progressivamente da centinaia di anni, prevale in gran parte la desertificazione oltre le colline e una non ricca stagionalità sulle coste, con cittadini che non restano, servizi pubblici basilari che chiudono e attività private che sempre più si contano sulle dita di una mano.

L’ingegnere napoletano Enrico Blanco, che nel 1901 diede alla luce il progetto della seconda linea ferroviaria in Cilento, forse non si starà rivoltando nella tomba per la mancata attuazione. Ma chi vive queste aree, anche i non residenti quindi, un sussulto d’orgoglio dovrebbe provarlo rispetto alla locomotiva dello sviluppo che qui non passa o fa poche fermate.

“Ferrovia o Rivoluzione” non è slogan che di questi tempi trascina, ma dovrebbe risvegliare nelle persone dotate di coscienza l’interesse per quanto poteva essere ma non si è realizzato.

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