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Ezio Mauro: «Fascismo? L’Italia rifiuta la lezione della storia»

di Stefano Pignataro
Il giornalista e scrittore a Salerno presenta il libro sulla caduta del Duce: «La Meloni deve dare un giudizio netto sul regime»
Ezio Mauro: «Fascismo? L’Italia rifiuta la lezione della storia»

Il giornalista e scrittore Ezio Mauro apre la seconda edizione del ciclo di incontri “Abitatori del Tempo. L’impegno civile della letteratura” a cura di Delia Agenzia Letteraria. Infatti la sua ultima fatica letteraria dal titolo “La caduta. Cronache della fine del Fascismo” (Feltrinelli) sarà presentato domani, alle ore 19, presso il Salone Genovesi della Camera di Commercio di Salerno. A dialogare con l’autore il giornalista Edoardo Scotti. La serata sarà aperta dai saluti di Andrea Prete presidente della Camera di Commercio e Pantaleone Annunziata presidente Scabec.

Direttore, prima di arrivare alla caduta del Regime partiamo dall’inizio, dal suo avvento. Che cosa non comprese la classe liberale di questa ideologia che basava il suo fondamento sull’eversività?

Non capì di essere esausta e di essere alla fine del suo ciclo e di essere inadatta a gestire lo spirito dei tempi. Non lo capì nemmeno dopo la Prima Guerra Mondiale con i suoi lutti, le sue disgrazie non dando nemmeno un segno di riconoscimento ai reduci. Si trovarono in uno spaesamento totale. Si era vinta una guerra ma si aveva quasi la sensazione esistenziale di averla persa. Tasca, compagno di Gramsci, disse che si stavano creando dei «fuoriclasse», non in senso di campioni ma di tagliati fuori. La sinistra non colse questo aspetto, la classe liberale riteneva possibile addomesticare il fascismo, portandolo al Governo per assimilarlo e Giolitti stesso casca in questo tranello: Mussolini finse di trattare con lui la partecipazione fascista al Governo e si accontentò di quattro ministri. In più, gli imprenditori e gli agrari usarono il fascismo per sradicare le organizzazioni socialiste perché i primi temevano che la rivoluzione bolscevica arrivasse anche in Italia.

La caduta del 25 luglio: forse lo stesso Mussolini non pensava che in quella fatidica riunione potessero arrivare dimissioni. Di chi fu il merito, dei dirigenti o dei militari?

Vi sono due manovre che si muovono parallelamente l’una ignorando l’altra, coordinate dal ministro della Real Casa, il duca D’Acquarone. Egli parla con Grandi e partecipa alle riunioni con Badoglio. Difficile pensare che il re, ufficialmente all’oscuro di tutto, non sapesse che D’Acquarone si muovesse all’insaputa del sovrano. D’Aquarone, negli ultimi mesi, portò i leader antifascisti in udienza dal re ma il sovrano non prese posizione. I gerarchi si resero conto che l’autorità del Duce non veniva più riconosciuta e le intercettazioni dimostrarono i dissidi tra i gerarchi. Mussolini in parte era incosciente e in parte non voleva ammettere la sua imminente fine. I militari invece prepararano con precisione l’arresto che avvenne a Villa Savoia. Di quel giorno, della sfiducia, non esiste verbale come ha dichiarato lo storico Emilio Gentile, esistono fogli in cui il segretario Scorza registra le posizioni dei gerarchi. La memoria collettiva, inoltre, è ricca di film e di volumi, dalle memorie di Grandi ai diari, di Ciano. Tutti scrivevano diari in quel periodo non potendo esprimere in pubblico ma è materiale anora più interessante.

Con quale metodo ha affrontato questo studio?

Non sono uno storico e dunque ho cercato di far parlare la cronaca, raccontando i fatti di cento anni fa. La seconda traccia importante che mi è servita sono le intercettazioni telefoniche. Mussolini assunse duecento stenografi spargendo il sospetto che chiunque potesse essere intercettato. Grazie all’aiuto del direttore della Sala di Lettura abbiamo trovato nei faldoni della segretaria del Duce e del Minculpop le intercettazioni dal 1941 al 1943. Spiavano commercianti e dirigenti di smistamento della frutta e verdura per scoprire chi faceva aggiotaggio e borsa nera. Vi sono anche suppliche: esempi di sudditanza.

Direttore, in cosa oggi si può riscontrare il nuovo fascismo?

In alcuni riti, di formule, di citazioni. È stupefacente che alcuni possano riproporre simboli di un regime che ha portato l’Italia alla rovina rifiutando la lezione della storia. Come colpisce che la presidente Meloni non dia un giudizio netto sulla natura del fascismo in base all’unico metro: quello della democrazia. Vedremo se il 10 giugno, per il centenario di Matteotti, avrà qualcosa da dire.

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