L'EDITORIALE

Vittoria spartiacque della Destra. Il paracadute Pd e la pagnotta M5S

"Alea iacta est” (la decisione è presa), fu la frase che Giulio Cesare - secondo Svetonio - pronunciò prima di attraversare, nella notte del 10 gennaio del 49 a.C., col suo esercito il fiume Rubicone, dando così il via alla seconda guerra civile, culminata nella sconfitta di Pompeo e la fine della Roma Repubblicana.

Il risultato del voto di domenica scorsa, di fatto, apre una nuova era per il nostro Paese; certo, non cruenta come quella della storia romana ma, nella metafora dell’attraversamento del Rubicone c’è la volontà del cambiamento radicale voluto dagli elettori che hanno sancito la vittoria della coalizione di centrodestra affidandone la leadership al partito di Fratelli d’Italia, che opziona la poltrona di premier per Giorgia Meloni.

Una vittoria democratica, sancita dal voto degli elettori; la vittoria di un partito, Fratelli d’Italia, che, nell’anomalia degli ultimi anni di governi più o meno tecnici fatti e disfatti solo per convenienza politica, ha sempre mantenuto la barra dritta invocando le urne. Una coerenza che ha premiato la Meloni, che ora potrà dimostrare il suo valore. L’attende una prova impervia, viste le emergenze che il Paese sta attraversando; e visti i compagni di ventura che si ritrova - Forza Italia e Lega - ridotti per gli scarsi consensi ottenuti, al ruolo di comprimari. Certo, gli ultimi governi di centrodestra non hanno lasciato un segno indelebile - se non in senso negativo nella storia del Paese; ma vedremo cosa accadrà, senza pregiudizi.

Il centrosinistra, dal canto suo, ha fatto di tutto (ma proprio di tutto) per non vincerle queste elezioni. Il partito- guida, il Pd si avvia ad un congresso in primavera con un leader, Letta, già con la valigia pronta. Eppure il segretario ormai uscente dei “dem” aveva segnato l’inizio della sua leadership col tentativo di rinnovamento delle classi dirigenti. Non ci è riuscito, anche perché al primo serio ostacolo - la crisi e la caduta del governo Draghi - ha preferito l’usato sicuro, consegnandosi mani e piedi, soprattutto al Sud, ai “padroni” delle preferenze. E in Campania la scelta non poteva non cadere che sul governatore De Luca. Il quale, in virtù del “patto del paracadute”, dopo aver assicurato uno scranno sicuro al figlio Piero, ha immolato sull’altare della sopravvivenza di specie due suoi fedelissimi, Fulvio Bonavitacola e Luca Cascone.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Campania si è trasformata in una roccaforte del Movimento 5 Stelle che raccoglie il 34,67% delle preferenze al Senato, con Fratelli d'Italia che si attesta al 17,93%. Quindi Pd (15,88%) e Forza Italia (10,65%). Tutti gli altri partiti sono sotto il 10% (Terzo Polo al 5,27%). La Lega raccoglie il 4,09% dei voti, Verdi-Sinistra il 2,70, +Europa il 2,16, Unione Popolare l'1,96 e Impegno Civico l'1,50%. E più in particolare nella circoscrizione Campania 2 (che comprende le provincie di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno), il Movimento 5 Stelle raccoglie il 27,58% dei voti, ma vince la coalizione di centrodestra con il 37,80% dei voti e Fratelli d'Italia al 20% (21,14%), col Pd al 16,85%.

Movimento vittorioso in tutto il Mezzogiorno, dove raccoglie consensi a mani basse. Del resto non potrebbe essere altrimenti. Un numero su tutti: in Campania sono oltre 800mila le persone che vivono (o sopravvivono) col Reddito di cittadinanza; i salernitani che in questa tornata elettorale avevano diritto al voto erano poco più di 800mila. In pratica, per numero di sussidi elargiti, è come se aggiungessimo una sesta provincia alla nostra regione. E questo neo-laurismo di Stato spiega anche perché lo stesso Movimento fallisce inesorabilmente quando ci sono da affrontare le competizioni locali, quando cioè non è in gioco la pagnotta.