Vassallo, la lunga ombra della vigilessa-killer 

È Sonia Pisani, figlia di un generale dei Cc, originaria del paese cilentano È in carcere, con il suo compagno, per un duplice omicidio per droga a Roma

Sarà pur vero, come certifica la storia, che a otto anni di distanza non c’è ancora il nome e cognome del killer di Angelo Vassallo. Che non c’è ancora la ricostruzione giudiziaria del contesto nel quale maturò l’assassinio del sindaco-pescatore e, soprattutto, non c’è il nome di chi avrebbe avuto interesse ad armare la mano di un killer per ammazzare, in quella serata di inizio settembre 2010, con nove colpi di pistola calibro 9X21 mai ritrovata. Quel che è certo è che otto anni di indagini non sono passati invano per arricchire la possibilità di una verità su un misterioso delitto italiano: un sindaco ucciso, lo Stato fatto bersaglio mortale.
«Questi si vogliono mangiare il Cilento» disse Vassallo, con tragica profezia, qualche ora prima di morire senza citare nè i soggetti della possibile impresa criminale, nè i presunti oggetti delle attenzioni affaristico-criminali. Le prime indagini, durate otto anni, sono state archiviate, oggi c’è l’indagine-bis. La procura di Salerno lascia una porta aperta e apre un nuovo fascicolo con una pista precisa: droga. Cioè, secondo le prime e anche le più attuali ipotesi inquisitorie, dietro il delitto Vassallo ci sarebbero stati gli interessi del grande traffico di droga e che probabilmente Vassallo aveva compreso nella sua sua genesi e nella sua attuazione nella terra cilentana. Non si parte da zero ma, a distanza di otto anni, neppure si può dire che siamo vicini alla verità. Tant’è che il killer è ancora libero, il mandante pure, oppure, paradossalmente, già in galera con l’inquietante segreto che si porta dentro. Almeno per ora.
Quindi, si riparte con l’ipotesi droga rafforzata dai recenti sviluppi di una inchiesta napoletana che, tra gli altri, coinvolge un carabiniere accusato di favorire un clan della camorra in contatto con i narcos colombiani e con molte amicizie ad Acciaroli (il carabiniere faceva servizio a Castello di Cisterna, nome e località che già era venuta fuori nelle indagini appena archiviate). Ma c’è anche un capitolo che si riconnette al mondo della droga e che, nelle prime indagini, da Roma condusse a Pollica, andata e ritorno. La sera del 29 maggio del 2011 in una villetta di Cecchina, alle porte della Capitale, nella abitazione di Marco Paglia in via Colle Nasone, suonano al citofono un uomo e una donna, fingendosi carabinieri, poi identificati in Sante Fragalà, di Torvaianica, ritenuto dagli inquirenti vicino alla cosca catanese dei Santapaola, e nella compagna, Ausonia Pisani, vigilessa ad Albano, ma nativa di Pollica e figlia di un alto generale dell’Arma. Fabio Giorgi e il marocchino Rabii Baridi, stanno discutendo di affari legati alla droga. I due, Pisani e Fragalà, fanno subito fuoco con due pistole, calibro 9x21 uccidendo Giorgi e Baridi e ferendo altri due persone presenti che si finsero morti. Pisani e Fragalà sono stati definitivamente condannati per il duplice omicidio: 26 anni di reclusione per Sante Fragalà e 16 per Ausonia Pisani. La procura di Roma all’epoca, procuratore aggiunto Capaldo, ipotizzò un collegamento tra l’omicidio Vassallo e quello compiuto dalla Pisani sulla base di un elemento: una pistola calibro 9x21 che era in possesso della donna. Sulla pistola il Ris dei carabinieri effettuò verifiche ma senza risultatii, Le indagini non toccarono in nessun modo nè la vigilessa nè tantomeno il padre. Ma ci sarebbero ora elementi che, nell’inchiesta bis, potrebbero ritornare: il primo, la verifica sulla presenza di Pisani e Fragalà nel Cilento nei giorni dell’omicidio Vassallo (pare che i loro cellulari fossero agganciati a celle nel Salernitano); il secondo, il calibro della pistola usata per uccidere Vassallo, arma mai ritrovata; il terzo, l’avversione nei confronti di Vassallo da parte della famiglia Pisani. Coincidenze? Casualità? Possibili relazioni tra i fatti di sangue? All’epoca, 2011, l’allora procuratore Franco Roberti le definì «illazioni» dopo aver incontrato i colleghi romani sul presunto incrocio dei fatti. Pochi giorni fa, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ha rievocato i sospetti serpeggiati a lungo secondo i quali «alcuni apporti all’omicidio siano arrivati da soggetti che hanno compiti di tutela e garanzia verso i cittadini» dicendosi, però convinto che «oggi le cose stanno cambiando» ed invocando un ruolo più attivo di chi sa e non parla ed è «dietro le quinte». Concludendo: «Anche la sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia al di là delle polemiche, testimonia questa spasmodica ricerca di verità e sono convinto che anche per Vassallo ci sarà l’identificazione degli assassini». Parole che, sul fronte cilentano, potrebbero esser tradotte così: quando lo Stato vuole andare fino in fondo riesce ad indagare su tutto e su tutti pur di arrivare alla verità. Lo Stato, infatti. Nelle prime indagini emerse il ruolo svolto nelle indagini da un colonnello dei carabinieri, Fabio Cagnazzo, all’epoca comandante a Castello di Cisterna, uscito poi indenne dalle indagini e, poi, il “fantasma” di un carabiniere, o soggetto appartenente ad altra forza dell’ordine, che villeggiava a pochi metri dal luogo dell’omicidio e che non avrebbe potuto non sentire la raffica di colpi, ben nove, esplosi contro Vassallo. A poche decine di metri dalle sue finestre. Chi fosse il “fantasma” non sarebbe stato mai scoperto. Claudio, fratello di Angelo Vassallo testimoniò: «Due, tre giorni prima di essere ammazzato mio fratello mi aveva detto che esponenti delle forze dell’ordine erano in combtta con personaggi poco raccomadabili».
La famiglia del generale Pisani è originaria di Pollica, precisamente della frazione di Cannicchio. Quel nome spuntò fuori subito, quando vennero ascoltate molte persone per cercare - com’è prassi in questi casi - di ricostruire l’ambiente nel quale era maturato il delitto. La domanda era di quelle classiche: «C’erano persone con le quali Vassallo aveva contrasti?».
E qualcuno fece il nome del generale Pisani, personaggio di spicco, tra i fondatori del Ros e poi capo di stato maggiore dell’Arma. Vassallo e il generale divennero nemici giurati, al punto che anche dopo la morte del sindaco Pisani non si fece velo di sostenere apertamente la lista che si contrapponeva alla squadra storica di Vassallo. Pare che il sindaco ucciso avesse negato al generale l’ok per un lido. Vassallo non vedeva di buon’occhio chi aveva chiesto questa concessione: Fabio e Vincenzo Esposito che hanno investito molto nel Cilento.
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