LA STORIA

Un solo patron a Napoli e Salerno: quando Achille Lauro fece il Lotito

Il comandante non dimenticò il lavoro di Mattioli e Mosele nella stagione 1948/’49 con i partenopei 

Era diventato il vicerè di Napoli, ma Achille Lauro non dimenticò il gran lavoro svolto nella stagione 1948-49 da Domenico Mattioli e da Vittorio Mosele per il “suo” Napoli retrocesso in serie B al termine di una disastrosa serie A in cui rimase travolta anche la Salernitana. I due, lasciata la squadra granata dopo averla portata a tanti successi, furono chiamati al capezzale dei partenopei in crisi di risultati e in preda a uno strisciante lassismo. Dimenticando ogni recente rivalità, riuscirono a rasserenare l’ambiente interno, a placare i tifosi che avevano ottenuto l’allontanamento dei due tecnici Borel e De Manes e, cosa ancora più difficile, a inculcare nei giocatori il senso di disciplina che sembravano aver perduto. Alla fine rintuzzarono l’aggravarsi della crisi e il Napoli si piazzò sesto in classifica, creando i presupposti per l’immediata risalita tra le grandi. Mattioli fece ancora di più. Prima di congedarsi, consigliò al nuovo presidente partenopeo, Egidio Musollino , di acquistare dalla Salernitana due giocatori che valutava indispensabili a ogni squadra che puntasse a una leadership , Vultaggio e Dagianti .

E i due si rivelarono cardini importanti nel gioco vincente di Monzeglio . Da quell’anno don Achille, marinaio dai modi spicci e concreti, ma un sentimentalone quando scendeva dal ponte di comando, prese a guardare con simpatia a Salerno e alla sua gente e attese, come soleva fare, il momento per sdebitarsi. Magari quando il dottore Paolo Cascavilla , ginecologo di vaglia e consigliere comunale monarchico, gli lanciò un accorato Sos, nel comandante fece capolino il progetto politico di incardinare il laurismo anche nella seconda città della Campania fin lì a trazione democristiana, fatto sta che si disse subito disponibile. Siamo nell’agosto del 1954 e la Salernitana è scossa dalla solita crisi estiva. Stavolta è Marcantonio Ferro , forse turbato dal suicidio di Mattioli, suo predecessore, a gettare la spugna.

Subentra l’avvocato Spirito come commissario straordinario, ma è una soluzione di passaggio. La campagna acquisti ne risente, l’allenatore Carpitelli non ha buone carte da giocare e, conseguentemente, la squadra viene rosolata a fuoco lento da risultati mediocri, scivolando nella bassa classifica. Il peggio arriva nella malanotte tra il 25 e il 26 ottobre con l’alluvione. Trecentosedici morti, ospedale zeppo di feriti, quartieri sommersi dal fango portato giù dai fiumiciattoli, sette-ottomila senzatetto e danni per miliardi. Molina di Vietri è sparita, Marina di Vietri, Cetara e Maiori sono in ginocchio. Il calcio piange e la squadra è sbigottita. Finisce in piena emergenza anche per la fuga improvvisa di De Andreis , il suo elemento migliore, dopo l’ennesima pesante sconfitta. I granata annaspano in un altro fango, quello dell’ultimo posto in classifica. Questo è lo scenario che fa annusare a Cascavilla aria di retrocessione e a spingerlo a ricorrere al suo capo politico. E Lauro dice sì, dimenticando di dover badare a un Napoli che straripa di assi irrequieti: Jeppson , costato la cifra-boom di ben 105 milioni, l’ambizioso Amadei , il paratutto Bugatti , Posio , il bollente Comaschi . I rinforzi a Salerno arrivano subito. Sono Fanin , Amicarelli dal Napoli e Tullio Ghersetich , il fulmine del gol, così lo chiamano per la rete segnata dopo appena 10 secondi in Como-Fiorentina 2-1 del 18 gennaio 1953. Ma, soprattutto, sulla panchina va a sedersi il bravo don Mario Saracino , un “vice” sempre disposto ad accollarsi le rogne degli altri, per poi farsi educatamente da parte senz’altra ambizione che allenare i giovani del vivaio.

Don Mario trova il bandolo del gioco offensivo e Fioravanti , Ghersetich e Massagrande segnano i gol che occorrono per la risalita. Quattordici risultati utili consecutivi mettono la squadra in sicurezza e fanno risultare positivo il ricorso a Lauro. Nella stagione successiva il commissario Spirito si dimette, Michele Scaramella diventa presidente e Achille Lauro è ufficializzato presidente onorario. Conferma Amicarelli e porta dal Napoli il terzino Del Bene e il giovane centromediano Pizzi . Per riscaldare l’ambiente, il furbo lupo di mare organizza al “Vestuti” un’amichevole con il Napoli, facendolo schierare al completo con Jeppson, Vinicio e Amadei e raccomandando alle sue star di dare spettacolo e di far giocare i ritrovati “cugini”. Finisce 3-2 per gli azzurri e i due Campanili suonano a festa. Le antiche asprezze sfumano anche se sottocoperta resta il giusto pepe. Purtroppo per un inconcepibile balletto Valese- Saracino- Valese-Saracino sulla panchina granata, la Salernitana non trova coesione di intenti e precipita in serie C. La discesa in campo di don Achille, multi-proprietario a Napoli e Salerno un po’ come il Claudio Lotito di oggi con la Lazio e i granata, non ha evitato lo scivolone, però, è servita a risvegliare dal torpore i big della DC. Infatti Carmine De Martino , plenipotenziario della “balena bianca” locale, esce allo scoperto e assume la presidenza della società. Sarà un bellissimo terzo posto a un solo punto dalla promozione. Purtroppo anche De Martino andrà via e quell’uscio della presidenza granata continuerà a sbattere.