IL RICORDO

Tommaso Biamonte, la passione, la politica: storia di un comunista

Da giovanissimo la netta scelta di vita della militanza e dell’impegno sociale. Protagonista della Repubblica dei partiti di massa nell’Italia del dopoguerra

Tommaso Biamonte era un uomo della Repubblica dei partiti. La sua biografia è testimonianza di un tempo storico lontano e distante, molto più della dimensione cronologica. I partiti dell’epoca sono irriconoscibili in una società ricca, globale, connessa, veloce, edonistica, paurosa. Oggi chi partecipa all’arena politica è vincolato a modelli verticali, basati sul potere della comunicazione e la creazione di blocchi gerarchizzati. I processi decisionali sono condizionati da congiunture rapide e centralizzati da ristrette élite. I meccanismi di fedeltà e le logiche di cooptazione sono decisivi per le carriere interne ed istituzionali.

Nel sistema politico, dopo la fine della Prima repubblica, nomi, simboli, ragioni sociali dei partiti sono relativi, si modificano come le alleanze e le collocazioni sistemiche. Si tratta di un processo storico su ampia scala. La Repubblica dei partiti era un mondo completamente diverso. La biografia di Tommaso Biamonte coincide con un momento unico della storia italiana (e occidentale): l’affermazione dei partiti di massa come principale veicolo di crescita, formazione, organizzazione ed espressione sociale. La politica era una scelta di campo. Biamonte la fece giovanissimo, come buona parte dei suoi coetanei impegnati in tutte le forze dell’epoca. Il Partito comunista diventò il suo luogo di militanza politica, pratica operativa, apprendimento ideologico. Si iniziava dal basso. Dopo la Seconda guerra mondiale i partiti fondavano sezioni e recluvano iscritti, offrendo sedi, strutture sportive, aggregazioni sociali, luoghi di espressione o interlocutori per le istituzioni (e le proprie aspettative).

I comizi affollavano, appassionavano, provocavano. Un dirigente politico come Biamonte doveva saper conquistare la piazza, affrontare contradditori, misurarsi con l’organizzazione territoriale e sindacale. Un leader non temeva di partecipare alla formazione delle liste in comuni distanti e isolati o di scontrarsi per le candidature nel capoluogo. Cercava il contatto con le persone e i gruppi sociali, senza distinzione o paura. Poteva amministrare città, come fece ad Amalfi, o rappresentare istituzioni, come quelle di assistenza sociale, organizzare la battaglia interna o la segreteria di una federazione. Così i partiti di massa erano una palestra di selezione permanente per classi dirigenti a livello locale e nazionale.

La scelta di campo era anche una scelta ideologica. Biamonte aderì a un partico con un profilo ideologico netto, privo di sfumature. La Guerra fredda divise in due il mondo e l’Italia. Militare nel Partito comunista significava riconoscersi in una identità forte e totalizzante. Era sentirsi parte di una organizzazione italiana e internazionale: una contraddizione difficile e allo stesso tempo potente. Il partito diventava il luogo di espressione della vita stessa. Nelle sue stanze si costruivano le famiglie e le amicizie più importanti, come le rivalità e gli scontri più intensi.

Il partito di Biamonte era protagonista e avversario delle battaglie che animavano l’Italia del miracolo economico o quella degli anni Ottanta. Come militante, funzionario, amministratore, deputato conobbe la riforma agraria, la costruzione dello stato sociale, l’industrializzazione, l’urbanizzazione, il passaggio da un paese povero a una grande potenza capitalista. Biamonte era tra coloro che si impegnarono nell’opposizione al centrismo e al centro sinistra. Tentarono il compromesso storico e vissero gli anni del pentapartito. Non respingevano il dialogo, a volte le alleanze, con democristiani, socialisti, laici. Con coloro che, in forme diverse, erano la stessa espressione di una società dove la politica era dominante e completa. Senza però mai rinunciare alla propria bandiera e alla identità che rappresentava.

La scelta di vita era anche scelta di passione. Il partito per uomini come Biamonte assorbiva ogni energia della vita pubblica e personale, offriva motivazione, protezione, emozione, rabbia, delusione. E qui l’uomo esprimeva l’animo profondo e la personalità originale. Solo la politica ne poteva rappresentare il motore. Il confronto era con personalità oggi inimmaginabili: Alcide De Gasperi o Palmiro Togliatti, Pietro Nenni o Giorgio Amendola sembrerebbero marziani nei social del XXI secolo. Per Biamonte passione significava accettare le sfide, rinunciare alla quotidianità, vivere una vita straordinaria, misurarsi con bisogni di tutti i giorni, confrontarsi con giganti capaci di segnare la storia d’Italia. Non tutti ne erano capaci. Se nella repubblica dei partiti la politica poteva marcare rotture profonde e momenti drammatici, la passione e il carattere potevano creare rapporti unici e irripetibili, tra uomini diversi e coraggiosi. Che testimoniano il valore di una altra scelta, quella del suo ricordo, dieci anni dopo la morte.