IL CASO

Tentato omicidio, imprenditore salernitano in cella dopo 19 anni

La Cassazione conferma la sentenza di condanna per Nacchia sull’agguato a Nicola Fiore

Cambia vita, ma la giustizia non gli fa sconti. Dopo diciannove anni circa dai fatti arriva la condanna definitiva a 10 anni di reclusione per il paganese Rosario Nacchia, colpevole del tentato omicidio di Nicola Fiore, detto “pallino”, ed è polemica sulla lunghezza dei tempi della giustizia.
Giovedì mattina, i carabinieri l’hanno arrestato e trasferito in una cella del carcere di Salerno, dopo poche ore il pronunciamento della Cassazione. «Una condanna che diviene irrevocabile quando ormai il mio assistito è da anni ben altra persona: così si vanifica l’esigenza punitiva dello Stato e lo stesso spirito della pena, in quanto superata dai fatti e quindi priva di ogni attualità», ha commentato l’avvocato Giovanni Annunziata, difensore del piccolo imprenditore paganese.
Una vicenda processuale che è riconducibile da un lato alla guerra all’interno della criminalità di Pagani, dall’altro a una storia familiare difficile e dalle forti contrapposizioni. Il tentato omicidio risale all’11 maggio del 2000 e avvenne in via De Rosa nel cuore di Pagani: Rosario Nacchia era alla guida di una moto e sulla sella posteriore c’era il fratello Pietro (detto Pierino) che sparò diversi colpi di pistola calibro 9 parabellum contro Nicola Fiore, mentre passava in auto. La vittima fu ferita leggermente. Il movente dell’agguato era il contrasto tra Sandro Contaldo e Fiore, quest’ultimo accusato di essersi appropriato di una somma di denaro che derivava dal traffico di stupefacenti. In più, Nicola Fiore avrebbe litigato con Pietro Nacchia per la collocazione dei videopoker nei bar. Pietro Nacchia è stato condannato definitivamente a 16 anni di reclusione, mentre il fratello a 10 anni, dopo aver avuto uno sconto di pena per l’iniziale scelta di essere giudicato con il rito abbreviato.
Il processo conclusosi negli scorsi giorni è stato segnato anche da una contrapposizione familiare.
Ad accusare Nacchia, infatti, furono i fratelli Francesco (“Pampanella”) e Sandro Contaldo (“Sandrino ‘o Pazz”), quest’ultimo capo dell’omonimo clan camorristico, divenuti entrambi collaboratori giustizia.
A testimoniare contro l’imputato fu anche Libera Di Lorenzo, moglie di Francesco Contaldo. La particolarità sta nel fatto che Rosario Nacchia è sposato con Carmela Contaldo, sorella di Francesco e Sandro. Carmela Nacchia difese strenuamente il marito scagliandosi contro i fratelli e la cognata: la donna, al centro di un dramma familiare, sostenne che gli attacchi contro il coniuge erano di fatto motivati dalla volontà di rovinare lei. Ora su questa vicenda c’è una verità processuale e la sentenza arriva dopo anni dall’episodio criminale, e questo a danno della vittima, della società ed anche dello stesso colpevole.
La vicenda processuale aveva visto l’assoluzione di Nacchia in primo grado per non aver commesso il fatto, poi in Appello erano stati sentiti i testi e la sentenza era stata ribaltata. I giudici della Corte di Cassazione hanno poi rigettato il ricorso della difesa.<QM>(s.d.n.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA