L'INTERVISTA

Suor Maria Luciana: «Nella vita di clausura la bellezza del silenzio»

Da 33 anni vive nel monastero di San Paolo al Deserto: «Prego Dio perché finisca subito la quarantena»

ROMA - «La scelta radicale della clausura per vocazione è una scelta di libertà ed è spinta dall’amore di Dio che chiama. Quella forzata dei nostri giorni, invece, potrà aiutare il mondo a capire di più la nostra scelta ma anche far riscoprire la bellezza della vita e del silenzio». Si chiama suor Maria Luciana Tartaglia ed ha 54 anni. È nata a Napoli e da 33 anni vive in clausura nel monastero di San Paolo al Deserto di Sant’Agata dei Due Golfi. È monaca benedettina di clausura, il suo mondo è una stanza dove si riflettono Dio al quale ha consegnato l’esistenza e la luce del sole del golfo che fa spaziare gli occhi dalla spiaggia di Seiano fino alla visione di Capri e Salerno. Nei giorni della guerra al virus, costretti tutti in casa ed evocando una clausura sociale, sia pure a tempo definito, si è portati subito a pensare a chi, invece, ha consegnato per tutta la vita una scelta esistenziale e religiosa di distacco dal mondo. «Ci penso e ci ripenso alla situazione di maggiore clausura per noi e a quella temporanea degli italiani. In questi giorni è come se la mia stanza fosse popolata dai loro passi incerti, drammaticamente inusuali» dice suor Maria Luciana che a 21 anni, studentessa di Lettere all’università di Napoli, conobbe lo studio della teologia a largo Donnaregina dove ha sede l’episcopio di Napoli. E da dove iniziò il cammino verso la clausura. La bellissima intervista radiofonica di Sergio Zavoli a suor Maria Teresa dell’Eucaristia, la prima realizzata in un monastero di clausura, era stata realizzata 18 anni prima che Maria Luciana nascesse e quella suora carmelitana raccontasse la spiritualità del «consegnarsi viva alla morte».

Che percezione avete voi, suore di clausura, di quel che sta accadendo fuori, voi che nella vita avete scelto di vivere un dovere assunto in nome della fede cristiana?
Anche io sono stata bloccata dalle regole del coronavuirus. Studio a Roma, sarei dovuta ripartire per Sant’Agata dei Due Golfi il 16 marzo scorso ma era già in vigore il “restate a casa”. Così sono rimasta ospite della foresteria delle suore di Camaldoli continuando ad osservare la mia clausura, sia pure fuori convento.

Come continua a studiare?
«Con i sussidi on line essendo anche la mia università, Sant’Anselmo di Roma, chiusa per l’emergenza nazionale».

In quante siete nel “suo” monastero di San’Agata dei due Golfi?
Siamo un piccolo gregge, nove suore benedettine con una età media di settant’anni. La nostra madre badessa ne ha 48.

Com’è una giornata in clausura?
La giornata monastica è molto semplice. La sveglia è alle 5,15 e dopo un quarto d’ora ci si ritrova per la prima lectio. Alle 6,45 la celebrazione della messa con la preghiera in coro. Poi comincia la vita quotidiana del “labora”, dopo “l’ora”, secondo la regola benedettina.

Ogni suora ha un incarico nella comunità?
Sì. Noi avevamo una tipografia che ora non c’è più, governiamo una foresteria ma solo in estate e ci dedichiamo ad attività di ricamo. Ognuna di noi sa quel che deve fare, oltre l’affissione in una bacheca con l’avviso del lavoro che eventualmente cambia, a seconda delle esigenze comunitarie.

La pausa pranzo?
È dopo la celebrazione dell’Ora Sesta a mezzogiorno. Poi c’è il nostro pranzo comunitario che avviene in silenzio, con una lettura spirituale di fondo. Dopo il riposo e alle 16,10 c’è la celebrazione dell’ora Nona alla quale fa seguito la ricreazione, cioè il momento nel quale la comunità si ritrova per scambiarsi fatti, eventi, opinioni e racconti. Si torna a lavorare fino alle 19,30 per arrivare alla celebrazione dei Vespri, la cena e la Compieta, cioè i salmi finali della giornata.

Questi orari vengono osservati anche nei giorni del coronavirus?
Sì, orari normali anche se i momenti comunitari, come la Messa, sono stati temporaneamente archiviati. Di domenica, ad esempio, la nostra Eucarestia che non può essere collettiva, ognuno di noi l’ha celebrata via tv, con Sat2000 (la televisione dei vescovi italiani).

Perché sostiene che la sua scelta della clausura è una scelta nella libertà?
Perché sciogli e varchi, consapevolmente, il perimetro della tua intimità con una testimonianza a Dio. È la sfida del fondamento dell’esistenza che tu, volontariamente, consegni a Dio, che non conosci eppur ti parla e ti guida nel cerchio vivente della tua grande amicizia con Lui. L’apprezzi strada facendo.

E la clausura imposta dal virus?
È imposta dalla scelta di voler sopravvivere, dalla paura sociale o dal pericolo di una contaminazione di massa. In questi casi, con la grandezza dell’umanità, ci si difende. Quando la clausura è scelta di libertà non senti il peso, ora, però, che tutti devono osservarla diventa una fatica.

Cosa consiglia alla clausura sociale del tempo che viviamo?
Consigli? Non mi permetterei.

Ci provi.
Bene, consiglierei di riscoprire i valori autentici della vita. Siamo stati per troppo tempo ripiegati sulla somma di un valore umano riconosciuto per i tramiti di occasioni effimere quali il potere, il successo, la fama, o la convenienza sociale. E, nella clausura sociale, sei costretto a fare i conti con te stesso, vedi che tutto è crollato o riconosci l’effimero, il superfluo e ti puoi riprendere la consistenza diffusa di un’esistenza serena.

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