IL COMMENTO

Sport e protocolli: ma nessuno può sentirsi al sicuro

Uomo di campo da sempre, Antonio Vanacore se n’è andato in un martedì di vigilia di partita neppure tanto anomalo visto che, nel calcio al tempo del Covid, i turni infrasettimanali son diventati più regola che eccezione. Ché tocca correre, fare in fretta, per tenere il passo d’un calendario che non dà respiro e ch’è sacrificio necessario sull’altare d’uno “spettacolo” (ormai solo televisivo) che deve andare avanti a ogni costo. Il mondo pallone ricorderà quest’uomo di 45 anni come la sua prima vittima d’un virus assassino e spietato, a un anno esatto di distanza da quella che fu la prima domenica senza campionati, con l’Italia appena finita in lockdown.
Si chiamava Antonio, ma poteva avere qualsiasi altro nome. Era il tecnico in seconda della Cavese, però avrebbe potuto allenare o giocare ovunque. Mister Vanacore è più d’uno di noi, è “tutti noi” costretti e convinti a non arrenderci e a non rinunciare alle nostre passioni, che se poi coincidono anche con il lavoro tanto meglio.
A marzo 2020, in quella domenica spettrale, di fantasmi tra le strade semi-deserte e negli stadi chiusi, lo sport tutto, con il calcio in testa, iniziò a chiedere di ripartire quanto prima. In nome degli interessi che ci sono in ballo, certo, ma pure di valori più autentici, che - stavolta no! - non vanno confusi con la retorica. Tre mesi e mezzo dopo, all’alba d’una estate 2020 in cui per la prima volta nella storia è stata rinviata anche un’Olimpiade, il pallone riprese a rotolare, accompagnando noi tutti in quel passettino di (ri)avvicinamento a una normalità perduta, e a tutt’oggi desiderata.
Il calcio s’è dato regole stringenti, un protocollo rigido e oggettivamente difficile da non rispettare. Tamponi in quantità industriale, test sierologici, “bolle” in caso di contagi. Così, pian piano, dalla serie A e fino alla D, è riuscito a ripartire e a garantire lavoro a quanti “ci vivono” e un po’ di “compagnia” a chi questo sport lo ama, fungendo anche da battistrada per la ripartenza delle altre discipline, più o meno tutte ora con i motori riaccesi e capaci di trasformarsi in avamposti di socialità soprattutto in una regione, la Campania, in cui i ragazzi - baby agonisti - hanno frequentato “in presenza” più campi e palestre per gli allenamenti che le scuole.
E così, nel giorno d’un dolore che non trova spiegazioni (inutile cercarle), ci piace pensare ad Antonio Vanacore proprio come uno dei tanti sportivi che ha seguito la sua grande passione, tornando in campo e restandoci per fare il proprio dovere, da professionista e anche da amante d’un gioco ch’è così “importante” perché in quelle squadre che lo animano ci si riconosce tanta gente.
Stava facendo il suo dovere, il mister, che da vice di Salvatore Campilongo aveva ereditato una panchina rovente e una situazione complicata con l’obiettivo di difendere quella serie C ch’è un patrimonio prezioso per la Cavese e il suo popolo. Era sicuro di farcela, Vanacore, prima che il Covid lo pugnalasse alle spalle. Lasciando a tutto il mondo del calcio una lezione che non dovrà restare solo inchiostro secco nelle tante note di cordoglio che svolazzano, pure se sincere. Il virus assassino ha colpito a morte uno sportivo autentico, un uomo di campo, un giovane allenatore. Perché nessuno può pensare di non essere in pericolo. Neppure il mondo incantato del pallone che - legittimamente, giustamente - urlò la sua voglia e necessità di ripartire in tempi di lockdown.
È per questo che Antonio non è semplicemente uno di noi che non ce l’ha fatta. Antonio è “tutti noi”. E un dolore di popolo reclama memoria collettiva. Buon viaggio, mister.
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