IL COMMENTO

Siamo tutti colpevoli, accuse da talk show

Nessun uomo è innocente! Dunque, a che vale il principio di non colpevolezza? Può tranquillamente sfumare quando interviene una sentenza di condanna in primo grado, anzi tanto meglio. Di conseguenza, la prescrizione del reato può essere sospesa all’infinito; l’appello può essere abolito. Se il XX secolo ha segnato la nascita e l’epoca di maggior splendore e proliferazione dei diritti umani, la teoria e la prassi contemporanee raccontano al contrario di una pratica in forte crisi o, addirittura, sotto attacco. Il lato oscuro della forza combatte perché i valori stessi, sottostanti ai diritti umani, vengano declassificati rispetto a più importanti esigenze: di ordine, di polizia, di risanamento morale. Si tratta del lato oscuro della forza del populismo giudiziario, cioè di un fenomeno di influenza distorsiva della ricerca del consenso dell’opinione pubblica sul sistema penale. Non si sottraggono a tale cattivo esercizio i titolari di cariche pubbliche nel sistema di prevenzione e repressione della devianza, ivi compresi organi della magistratura, quando, nell’esercizio delle loro funzioni, trascendono platealmente le valutazioni del caso concreto ed assumono orientamenti di politica criminale motivati dall’obiettivo di assecondare, corrispondere o sollecitare una domanda sociale di punizione per determinate categorie di reati, di condotte o, finanche, di persone. I mezzi sono i più subdoli. Tra i più insidiosi, la glamourizzazione del fenomeno criminoso, mediante la frequentazione, in assenza di contraddittorio adeguato ed efficace, di salotti televisivi, nei quali la violenza delle proposte di riforma in tema di giustizia è pari all’autorevolezza di chi le avanza, nondimeno mascherando i colpi duri alla legalità costituzionale con gli applausi cercati ed ottenuti sulla morale modaiola per la quale chi lamenta la riduzione delle garanzie contribuisce, se non è addirittura connivente, alla diffusione della criminalità. La violenza, si badi, sta tutta dunque nell’uso politico del diritto e della giustizia penale che si pretende trasformare in elementi di stabilizzazione del consenso e dei rapporti di forza esistenti. Il tempo dell’ira! Questo che stiamo vivendo sembra, però, proprio il tempo dell’ira, di quella energia primitiva che diventa forza nera, propulsiva, fino a riempire le banche del risentimento, la cui idea di politica non è più quella di fratellanza di cui parla la Costituzione, ma vive nella distinzione tra amico e nemico e che ha bisogno di rilegittimare la legalità stessa, oltre i confini della Costituzione medesima. E’ la logica della contrapposizione di Schmitt tra legalità e legittimità (che non a caso fu giurista del nazismo); la Costituzione non è sufficiente a contenere l’impurità, la parzialità, spesso anche l’ ingiustizia (apparente) del diritto pensato all’interno dei valori costituzionali e pertanto non resta che una violenza superiore rispetto alla quale non vi è garanzia che tenga in quanto il cittadino sarà accompagnato nel suo destino dall’ineluttabile obbedienza, ma non più dalla protezione. Ecco allora che la presunzione di innocenza perde terreno con una prima condanna, anziché rafforzarsi (e così giustificare il diritto all’impugnazione) come vollero i padri costituenti, perché il germe mortifero del Leviatano populista non tollera le riserve di libertà uguali per tutti (dell’assolto, come del condannato in primo grado) dei valori democratici, ma solo relazioni sociali ad intensità variabili a seconda dell’ideale di supremazia dell’elite dominante. Nel nostro caso della pseudo elite degli ispiratori delle mortificazioni garantiste, degli angeli vindici del male assoluto del principio di civiltà che vuole l’uomo nato libero e innocente.