Dieci persone ammassate in un garage trasformato in una casa: è qui che viveva con i suoi connazionali il 37enne del Bangladesh morto d’infarto

IL REPORTAGE SUGLI "INVISIBILI"

Quei b&b della miseria nel cuore di Salerno

Viaggio nelle case-garage del centro dopo la morte del giovane immigrato. Vivono fino a dieci persone in tuguri pagati a peso d’oro

Hossain malato, ma non aveva i soldi per le medicine

Vivono in stanzoni anche in dieci, in condizioni spesso disumane e in “case” pagate a peso d’oro dove gli italiani non vogliono più abitare. Lavorano fino a 14 ore al giorno, svolgendo magari due attività, il più delle volte sottopagate. E pure se hanno la busta paga e un discreto reddito non trovano chi gli fitta un appartamento decente.

La comunità bengalese. Sono circa 300 i bengalesi che vivono in città (231 censiti al primo gennaio 2018, altri risiedono nei comuni limitrofi). Una comunità presente a Salerno da 30 anni e che non ha mai dato alcun problema. In gran parte sono venditori ambulanti, lavorano la mattina nei mercati rionali e la sera vendono dagli ombrelli alle rose. Molti sono pizzaioli o lavorano nei ristoranti (anche part time). Sono quasi tutti giovani, single e i guadagni servono per mantenere le famiglie nel loro Paese. Incontrarli è facile, basta fermarsi qualche minuto in piazza Portanova. Vivono per la maggior parte tra la stazione ferroviaria e via Roma. In quelle “case” che gli italiani per comodità non vogliono. «Quale italiano pagherebbe 500 euro di affitto per un monolocale a pian terreno o ai piani alti nei palazzi senza ascensore, con una sola finestra, un angolo cottura e un bagnetto, con difficoltà di parcheggio – afferma un agente immobiliare che opera nel centro cittadino –. I bengalesi sono stati la soluzione ottimale per affittare queste abitazioni, pagano puntualmente pure se i fitti sono alti».

La “casa” di Hossain. È in una di queste “case” che viveva Hossain Shahadad assieme ad altre nove persone. Un monolocale vicino ai garage, uno dei tanti “B& b della miseria”. All’ingresso un letto a castello, di fronte i bustoni con anellini, collanine e ombrelli da vendere. Su un mobiletto qualche effetto personale e degli abiti. Di lato una stanza, ricavata da una divisione del monolocale, con lettini a castello in un caos totale, con le brande utilizzate per depositare gli abiti. In un angolo un bagnetto e una stanzetta con una cucina. Alle 17 di ieri, in casa c’erano solo due immigrati: uno lavora come pizzaiolo in un noto locale cittadino, l’altro in un ristorante. Sono restii a parlare con la stampa. Hanno tutti il permesso di soggiorno e lavoro regolare con tanto di busta paga ma temono sempre il rimpatrio. Perché delle persone con documenti in regola e reddito certo vivono in simili abitazioni, pur pagando fitti da 500 euro al mese? Il motivo lo spiegano gli stessi coinquilini di Hossain: «A noi le case belle non le fittano, anche se abbiamo tutto in regola. Dicono che siamo sporchi e siamo assai, che portiamo la merce in casa. Problemi che non si fanno se poi ci devono affittare case che gli altri non vogliono». Insomma, un pregiudizio del tutto immotivato che scatta secondo le convenienze dei proprietari delle abitazioni. Perché non spostarsi in periferia, allora, dove le case costano meno? E il giovane bengalese risponde: «Perché molti di noi finiscono di lavorare nei ristoranti del centro dopo le 23 e a quell’ora non ci sono pullman e non saprebbero come rincasare». Lo stesso accade per i tanti che vendono fiori di sera nelle strada della movida o ombrelli e altri oggetti.

Salvatore De Napoli

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