IL REPORTER

Quando una fotografia ha la forza di cambiare il mondo

Intervento sulla triste fine del povero Aziz

Una fotografia può cambiare il mondo? La risposta a questa domanda è probabilmente quello che spinge i fotoreporter lungo la strada del fotogiornalismo. Una risposta positiva sembra scontata ma il percorso non è lineare, anzi spesso è tortuoso e verticale. Nelle immagini fotografiche non entrano gli odori e i rumori eppure i reportage della guerra in Vietnam di Larry Burrows e Henri Huet hanno spinto l’opinione pubblica americana verso posizioni pacifiste. Le loro immagini delle condizioni estreme che vivevano le truppe americane, la morte e la guerra entrarono per la prima volta in maniera netta nello sguardo collettivo. L’agghiacciante scatto di Richard Drew nel quale si osserva un uomo cadere nel vuoto a testa in giù da una delle torri del World Trade Center l’11 settembre è diventata più di altre l’immagine di quella tragedia. La sua foto ha assunto nel tempo un valore enorme perché in quello scatto vi è la tragica unicità dell’evento e benché si tratti di un dramma individuale nel contesto più ampio, ha assunto i connotati collettivi e quindi necessari al suo racconto. Troppo spesso si è presunto di poter attribuire a chi racconta le tragedie, le “virtù” degli sciacalli. La vicenda umana di Kevin Carter suicidatosi dopo le polemiche per la foto scattata in Sudan che ritrae un bambino sofferente e un avvoltoio dovrebbe essere d’insegnamento e invece resta ancora una storia poco nota. La diffusione di telefoni pubblicizzati in base alla fotocamera in dotazione e social sempre più concentrati sulle immagini, hanno innescato poi una spirale dentro la quale tutti si sentono potenzialmente fotografi e quindi tutti presumono cosa si possa fotografare e come. Il rapporto tra soggetto e fotografia giornalistica è senza alcun dubbio il più grande elemento di riflessione per un fotoreporter. Non ci sono solo la morte e il dolore a invocare un equilibrio ma anche la tutela della vita dei soggetti che si ritraggono. Spesso mi sono interrogato sulla percezione che le vittime delle tragedie hanno dei fotogiornalisti, l’ho fatto partendo dalla mia posizione. Cosa si può fotografare? Cosa può essere tralasciato? La risposta a queste due domande e alla domanda iniziale. È la scelta che si compie nella produzione di una fotografia in un contesto cruento. Per quanto mi riguarda ho sempre evitato il mordi e fuggi, un fotografo è un elemento che altera un contesto e se vuole narrare una storia lo deve fare sempre con grande discrezione, rispettando i soggetti ma riconoscendo l’inevitabile traccia che da senso al nostro lavoro. Un’immagine quindi, può cambiare il mondo? Certo a patto che davanti ad una fotografia di una tragedia ci si interroghi sulla storia di chi è ritratto in essa.

Ivan Tidus Romano