Quando la Costiera stregò anche Boccaccio

Uno dei padri della lingua italiana cantò la natura paradisiaca del comprensorio amalfitano tre secoli prima del Grand Tour

di PAOLO ROMANO

Il mito della bellezza della Costiera Amalfitana non è nato nel XVII secolo con il Grand Tour, ma molto prima. Bisogna infatti andare indietro di almeno tre secoli, perché è addirittura uno dei padri della lingua italiana, Giovanni . Boccaccio, a decantare la natura paradisiaca della Divina costiera: «Credesi che la marina da Reggio a Gaeta - scrive Boccaccio nella quarta novella della seconda giornata del suo capolavoro - sia quasi la più dilettevole parte d’Italia. Nella quale, assai presso a Salerno, è una costa sopra ’l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane e d'uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatanzia, sì come alcuni altri. Tra le quali città dette, n’è una chiamata Ravello».

Di Ravello è il protagonista della novella in oggetto: Landolfo Rufolo, “nobile per nascita - come scrive il Boccaccio - pirata per scelta, naufrago per ventura e infine, per abilità e buona sorte, felice proprietario di un immenso tesoro”.

Com’è noto Boccaccio visse a lungo tra Napoli, dove soggiornò per ben tredici anni, e Salerno - di cui conosceva bene le vicende longobarde – e quindi ad Amalfi e nella città costiera dei Rufolo, ove entrò in amicizia con tale Angelo da Ravello. Il dolce pellegrinare per la Campania del Boccaccio è legato al mestiere del padre, procuratore del banco fiorentino dei Bardi, che con le loro ricchezze erano tra i maggiori finanziatori di Re Roberto d’Angiò. Il giovane Giovanni, proprio alla corte angioina fu introdotto alle arti raffinate, in particolare alla poesia ed alla scrittura. Anche quando, ormai in età matura, tornerà nella sua Toscana, Bocacccio ricorderà sempre con nostalgia la sua gioventù nel paradiso del Sud, tanto da trasfigurare quegli anni trascorsi tra Napoli e Salerno nella trama di alcune sue novelle.

Quella “ravellese”, ad esempio, non è l’unica del nostro territorio. La città di Salerno compare infatti in altre due storie. Nella prima novella della quarte giornata, troviamo la tragica vicenda di Tancredi e Ghismonda, drammaticamente sintetizzata dallo stesso autore nell’incipit: “Tancredi prenze di Salerno uccide l’amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d’oro; la quale, messa sopr’esso acqua avvelenata, quella si bee, e così muore”. Sempre nella quarta giornata, nella decima ed ultima novella, invece, il riferimento salernitano non si fa soltanto geografico ma anche storico, con l’inserimento nel tessuto narrativo di un protagonista che è gran chirurgo della scuola medica salernitana, quel Mazzeo della Montagna, poi identificato come Matteo Silvatico. “Dovete adunque sapere bellissime giovani – scrive Boccaccio, facendo raccontare alla sua gioventù gaudente -, che ancora non è gran tempo che in Salerno fu un grandissimo medico in cirugia, il cui nome fu maestro Mazzeo della Montagna, il quale, già all’ultima vecchiezza vicino, avendo presa per moglie una bella e gentil giovane della sua città, di nobili vestimenti e ricchi e d’altre gioie e tutto ciò che ad una donna può piacere meglio che altra della città teneva fornita; vero è che ella il più del tempo stava infreddata, sì come colei che nel letto era mal dal maestro tenuta coperta”.

Le novelle meritano sicuramente una rilettura, anche senza versioni che ne riadattano il testo. La prosa volgare di Giovanni Boccaccio, infatti, pur con gli arcaismi conserva infatti la sua freschezza primigenia.

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