L'EDITORIALE

Quando il Pil vale più dei diritti

Tutti assolti. A partire da Vincenzo De Luca. Giustizia è stata fatta, direbbero quelli che sanno che può esserci “un giudice a Berlino”. E, dopo l’assoluzione di De Luca e altri 21 imputati, c’è anche a Salerno. E c’è stato. «È la dialettica processuale a vincere» diranno quelli che, troppo sinteticamente, intenderanno archiviare in maniera del tutto insufficiente una inchiesta della procura ed un processo che avrebbe potuto comportare la sospensione del presidente della Regione Campania dalla sua funzione per effetto della “Legge Severino”. Ma la sentenza De Luca di Salerno è qualcosa in più di un esito processuale che tutti, indistintamente, ora giudicano con il solito teorema: garantisti o giustizialisti, e a corrente alternata. Sarà frutto della inattendibile faziosità con cui la politica, dai giorni di Mani Pulite ha voluto interpretare e fare interpretare le vicende giudiziarie come battaglia politica. O, peggio, come il luogo del vero scontro politico. Ora, è bene dirlo subito, su De Luca politico è legittima la diversità delle opinioni e del giudizio, anche la durezza dello scontro, così come quando declina, ad esempio, il tema della sicurezza in maniera parallela al populismo razziale salviniano. L’ultimo processo a De Luca non è stato il solo caso giudiziario che da oltre 10 anni ha riguardato l’ex sindaco di Salerno, l’ex 'impresentabile' secondo il codice etico-personale della ex presidente dell'Antimafia, Rosy Bindi. Giustizia è stata fatta, si fa per dire. Perchè restano cicatrici personali e politiche non indifferenti (per cui nessuno pagherà il conto): il danno alle persone, quello della reputazione, carriere compromesse, inseguimenti ad personam con le leggi del codice della immoralità dei moralisti che non prevede la tutela legittima, e ancora indifferibile e urgente, della questione morale ma la sua retrocessione a negazione dei diritti e spargimento di sangue parapolitico. È la settima volta che in un processo penale Vincenzo De Luca viene assolto, compresi quelli nei quali avrebbe potuto beneficiare, senza farlo, della prescrizione, cioè del tempo trascorso a suo favore, per la lungaggine dei processi. Ce la vogliamo prendere con la lunghezza dei processi, e prendiamocela pure. Ma quando comincia una inchiesta bisognerà pur prevedere se lo schema inquisitorio reggerà alla prova del processo, senza voler tenere conto che nelle inchieste delle procure si spendono migliaia e migliaia di euro per consulenze tecniche a supporto dei pm che poi perdono i processi. C'è un problema più serio, che è sì di Salerno, ma appartiene a tutto il sistema giudiziario italiano che è malato: le procure che avanzano in maniera non meditata inchieste sulla politica, niente affatto misurate con la prognostica finale sull’accusa formulata, se dobbiamo giudicare dalle risultanze processuali dei processi salernitani a De Luca. Non c’è stato processo per De Luca che non sia durato anni, a partire da quello clamoroso del Sea Park accusato di associazione per delinquere, abuso di ufficio ed altri reati. Fu l’inizio di una inchiesta avviata dall'ex pm di Salerno Gabriella Nuzzi che arrivò perfino a spaccare l’allora ufficio della procura. È normale il fatto che ad intervenire, qualche mese fa, in un convegno politico a Salerno città sia stata proprio la magistrata dell’epoca che aveva chiesto per ben tre volte, si tre volte, l’arresto di De Luca nel corso delle inchieste finite poi in assoluzioni come il processo Sea park e Mcm? E, con l’aggravante, per la stessa ex pm salernitana, di partecipare ad un convegno politico organizzato dal movimento capeggiato dal suo ex collega Luigi De Magistris probabile avvesario di De Luca alle Regionali 2020? Le richieste di arresto per De Luca furono respinte. Così come fortunatamente, ad esempio, avvenne a Napoli quando all'epoca della più piena e devastante emergenza un pm chiese l'arresto dell'allora prefetto Pansa, con l'accusa di non aver vigilato sul percolato delle discariche. Cosa ne sarebbe stato, se il gip avesse accolto la richiesta dell'arresto, di un servitore dello Stato poi destinato ad altissime funzioni ai vertici delle istituzioni? I casi più recenti delle assoluzioni per Mastella, Cosentino, per finire a Penati, Del Turco e Mannino, sono troppo clamorosi per non poter essere connessi anche all’ultima sentenza di assoluzione di Salerno. Ma la politica che vuole cambiare il Paese se ne accorge oppure no? Oppure è più importate litigare su un punto di Pil che mettere mano ad una riforma della giustizia che non mandi in carcere innocenti, che non trasformi le carceri in discariche sociali, non faccia diventare i tribunali l’ultima sponda del conflitto sociale e politico? C’è, da qualche ora, un nuovo presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. È David Ermini, un avvocato fiorentino. Ha sostituito Giovanni Legnini che, andando via dopo quattro anni di mandato, ha testualmente detto: «Il vero guaio italiano è l’inefficienza della giustizia ». È troppo ottimistico il fatto che il nuovo Csm si avvii a chiedere il ripristino del buon senso istituzionale e la depoliticizzazione della magistratura? Il dato statistico, dal 1994, offre la visione di una lesione molto evidente al concetto di indipendenza della magistratura: il numero dei magistrati presenti in Parlamento, dai tempi di Mani Pulite, è triplicato mentre la fiducia che gli italiani nella magistratura è calata dal 66 per cento dal tempo di Mani Pulite a neppure il 40 per cento di oggi. Un problema c’è anche per i magistrati oppure no? Perchè se non esiste allora è meglio non parlare di crisi della giustizia, perché in molti, troppi casi è solo un limite violento del sistema democratico. Perché annulla diritti, cancella garanzie, fa precipitare il concetto della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva nell’evanescenza di una petizione di principio. Ecco perchè la sentenza De Luca non è solo salernitana.