IL COMMENTO

Prescrizione, quando il Diritto si trasforma in martello sociale

La tragica scadenza di gennaio 2020 è arrivata. Con essa il temuto spartiacque della perennità della condizione di imputato. Uno spartiacque segnato dalla mera, per quanto dilaniante, contingenza dell’abolizione (di fatto) della prescrizione in materia penale, ma soprattutto dalla più generale e trascendente idea liberale e costituzionale della giustizia, oramai seriamente deturpata nel volto dall’acido giustizialista ed irresponsabilmente populista. Ne risulta offesa la civiltà giuridica dell’intero Paese, in quanto la nostra Repubblica, barattando l’incapacità con la necessità dell’efficienza, si dimostra disposta a far pagare il prezzo del fallimento dell’obiettivo di ogni organizzazione democratica di concludere i processi con la moneta sonante della lesione profonda ai principi fondamentali che reggono e limitano il diritto e il dovere dello Stato di stabilire in tempi ragionevoli cosa sia reato, dopo aver giudicato e punito i colpevoli o assolto gli innocenti. Al contrario, adesso gli assolti rimarranno sospesi in eterno, con conseguenze enormi, e non meglio quantificabili in termini di reputazione e reinserimento nella propria realtà economica e professionale (inquinata di rimbalzo dalla cultura del sospetto), e i condannati avranno - adesso sì - da lucrare sul tempo in attesa della definizione della impugnazione che - adesso sì per davvero - non dovrà mancare. Si tratta di un intervento lesivo dei diritti dell’imputato ad un equo processo e dei principi costituzionali in materia di presunzione di non colpevolezza e finalismo rieducativo. Siamo, però, di fronte alla classica punta dell’iceberg di un discorso più ampio che riguarda il modo di intendere il diritto e il processo penale e, più a fondo, il volto costituzionale della pena e le implicazioni sul diritto di difesa, sui principi del giusto processo delineato dall’articolo 111 della Costituzione e sulla stessa fisionomia del processo accusatorio. Un problema di metodo (che è anche di merito) è evidente. L’approccio non è da sottovalutare. L’etica dei principi sottostante alla riforma (di fondamentalismo morale, di intransigenza fideistica, di massimalismo infantile) non è priva di conseguenze sul terreno dello scontro politico, impropriamente tavolo di discussione della materia penale. Aggiungendosi a quello della prescrizione, gli ultimi interventi di riforma, ne viene fuori un quadro le cui pennellate ritraggono in bella vista la torsione regressiva che il diritto penale sta subendo sotto la spinta del rigorismo generalizzato di carattere esclusivamente repressivo (gli esempi che valgano per tutti sono quelli dei reati contro i pubblici amministratori, i decreti sicurezza in materia di immigrazione e il doppio binario delle misure di prevenzione). Ci si trova di fronte ad un lessico inconfondibile! Si tratta di un utilizzo del diritto penale improprio e pericoloso che, da strumento di accertamento dei fatti e dispositivo di democrazia secondo l’iter di razionalità che è il processo penale, si vuole trasformare a strumento di lotta a fenomeni sociali che si assumono sistemici, se non persino come martello di vendetta sociale. È una logica non accettabile! Essa vuol camuffare il suo vero intento con il fumo della vulgata che vede nella prescrizione il buco nero nel quale è destinata a precipitare la giustizia italiana, tirata a fondo dall’avvocatura appellata come raggruppamento di chicaneur che subordina qualsiasi scelta processuale alla strategia dilatoria. Al contrario, statistiche e casistica giudiziaria conducono ad una realtà opposta: la riforma della prescrizione lede l’imputato sotto il profilo non negoziabile del diritto ad un processo giusto (anche nei tempi!), lascia irrisolto il problema della prescrizione intervenuta nel corso delle indagini e lascia all’incertezza dell’eternità le rivendicazioni delle persone offese dal reato ed il loro risarcimento. Ma poi, come si fa a dire che il vero fine del legislatore non fosse l’anelito che soffia l’angelo vendicatore? Una rapina si prescrive in ventotto anni, una corruzione per atto contrario in diciotto anni (e gli esempi potrebbero moltiplicarsi): che c’entra la prescrizione con l’incapacità di celebrare un processo? La cura avrebbe dovuto essere un’altra; ma la cura vera non avrebbe consentito di tenere sotto scacco l’imputato avversario politico! Strumenti riparativi, fuoriuscita dal circuito penale di bagatelle, incremento dei riti alternativi, nuova funzione dell’udienza preliminare, massiccia fornitura di uomini e mezzi sono solo ipotesi alternative per un nuovo processo su cui si sarebbe dovuto più utilmente discutere, lasciando agli amanti e ai cultori della storia arcaica, ove la vendetta era venerata, le amenità terribilmente incolte di chi ha smarrito la via della simmetria tra responsabilità colpevole e sanzione, che pure distingue la democrazia dai regimi. Meglio di tutti la disse Kant: prima di cessare di esistere, lo Stato dovrebbe eseguire anche l’ultima condanna. Solo che il filosofo alludeva alla società senza sconti, senza indulgenze: alla società del taglione, quella appunto dove l’uno valeva l’uno!