Pinto: «La mia legge tradita e da salvare»

L’ex senatore mette in guardia da un’eutanasia della norma

Un legge “tradita” e tuttavia da difendere. Che non è riuscita nell’intento di velocizzare i tempi della giustizia e che tuttavia va salvata dai tentativi di depotenziarla . Così l’avvocato ed ex senatore salernitano Michele Pinto parla della normativa sull’equa riparazione del danno per irragionevole durata dei processi, a cui nel 2001 diede il suo nome.

Gli ultimi dati segnalano che la velocità della giustizia non è migliorata, che Salerno è in fondo alla classifica e che anche ottenere gli indennizzi per durata “irragionevole” è sempre più difficile. Che ne è stato della legge Pinto?

È nata come doverosa e profondamente positiva, per riparare a una lentezza che crea sofferenza e danni non solo morali. Una giustizia ritardata è una giustizia denegata e la legge aveva anche il significato di stimolare chi è chiamato allo svolgimento dei processi. La prospettiva disegnata nella discussione era che non bastasse assicurare al cittadino la risposta dell’indennizzo, ma si dovesse pure giungere a un beneficio indiretto con la riduzione dei tempi. E questo, sostanzialmente, non è avvenuto.

Perché?

Innanzitutto perché ci voleva un’adeguata dotazione finanziaria per l’intero impianto, con aumento dei magistrati nelle Corti d’Appello competenti per questi casi oppure prevedendo la possibilità, nei distretti più affaticati, di rivolgersi anche alle sezioni. Siamo passati dal danno alla beffa: una legge nata per ridare speranza alla giustizia e dignità alla funzione giudiziaria finisce per aumentarne il carico. Inoltre la norma doveva essere accompagnata da un sistema sanzionatorio per tutti gli autori di ritardi ingiustificati. Ora se mi chiede quanti giudici, cancellieri o ufficiali giudiziari siano stati sottoposti per questo a procedimenti disciplinari io non glielo so dire, ma certo la mancata attivazione di questi procedimenti è stata una ragione del non funzionamento della legge.

Ne rinviene anche altre?

La vaghezza sulle richieste di indennizzo ha rappresentato un problema, ma quando si è intervenuti è andata anche peggio.

Che è successo?

È vero che la norma originaria prevedeva uno spazio ampio, ma poi si è esagerato nel senso opposto, con interventi che non si sono limitati ad approfondire l’elemento della prova del danno ma, con la modifica del 2012, hanno richiesto ai cittadini una serie di adempimenti e documentazioni volti soltanto a scoraggiare chi è titolare del diritto al risarcimento. E questo essenzialmente per ragioni economiche.

Perché lo Stato non ha abbastanza soldi per pagare. Infatti con le nuove modifiche apportate dalla legge di stabilità i parametri per chiedere l’equa riparazione si sono fatti ancora più stringenti...

Spero non si giunga a rendere la legge impraticabile e quindi a sopprimerla. Ci si provò già nel periodo dei governi Berlusconi, quando il ministro della giustizia Roberto Castelli elaborò un decreto legge che estingueva il diritto all’equa riparazione. A evitarlo ci pensò il buon senso del Parlamento. Ora non vorrei che si andasse verso un’eutanasia, la lenta e dolce morte della legge Pinto. O si ha il coraggio di dire che l’indennizzo non spetta, perché la giustizia italiana è in condizioni tali da non poter essere amministrata in tempi ragionevoli, oppure l’esercizio del diritto al risarcimento va garantito. Un diritto che peraltro non è nato a livello nazionale, perché se è stata concepita la legge è per evitare ai cittadini di dover ricorrere alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Mi spiace che del tema ci si ricordi solo quando la stampa fa i conti sulla durata dei processi e i costi per lo Stato.

Il dibattito sulla giustizia non la convince?

La legge Pinto voleva essere di stimolo, voleva avvicinare la giustizia al cittadino. Ora vedo riforme della geografia giudiziaria con soppressioni di tribunali e perfino progetti di ridurre le Corti d’appello a una soltanto per regione. Mi pare che si vada nella direzione opposta, quella di un allontanamento. Non che io voglia il tribunale sotto casa, ma se penso alla Corte d’Appello di Salerno e all’impegno per essa della classe forense dell’epoca non riesco a immaginare una sua cancellazione.

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