Paul Hinder

L'INTERVISTA

Paul Hinder: «Io, vescovo in Arabia»

Il sacerdote presenterà il suo libro martedì prossimo ai Saveriani di Salerno

È vescovo cattolico in una terra difficile, la penisola arabica. Monsignor Paul Hinder (1942), vicario apostolico dell’Arabia meridionale, svolge il suo impegno pastorale tra gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen. Frate cappuccino, ha studiato diritto canonico e teologia in Germania. Nel 2003 è stato nominato vescovo ausiliare della Penisola araba e nel 2005 ha assunto l’incarico di vicario apostolico. È una delle voci più importanti della Chiesa cattolica nel dialogo con l’islam. Nei prossimi giorni sarà nel Salernitano per due conferenze sul tema “Islam, la sfida dell’incontro”. Martedì 18 settembre alle 19.30, il vescovo sarà ospite dei Missionari Saveriani di Salerno(via Acquaviva); mercoledì 19, sempre alle 19.30, terrà un incontro all’Auditorium S. Bartolomeo di Eboli (via Amendola). Mons. Hinder ha appena pubblicato il libro “Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l’islam” (con Simon Biallowons, Editrice Missionaria Italiana, prefazione di Paolo Branca). Un volume in cui racconta cosa significa essere cattolici nella terra santa dell’islam, con le sfide quotidiane di non poter vivere pienamente la libertà religiosa, ma solo di culto.

Monsignor Hinder, in terra araba l’incontro-scontro tra le grandi religioni si gioca concretamente nella vita di tutti i giorni.

Direi di sì. È un lavoro difficile di costruzione quotidiana. Viviamo in un contesto dove preponderante è l’islam. Noi siamo in minoranza e ovviamente in problemi non mancano.

Quali sono le difficoltà concrete?

Soprattutto quelle volte ad ottenere le strutturenecessarie al culto, non è facile ottenere un terreno per nuove chiese e non si può prendere in affitto un locale, siamo obbligati ad esercitare il culto nei luoghi adibiti a noi. Bisogna superare ostacoli burocratici e ottenere molti permessi, ma con la pazienza le cose si ottengono.

Quello che molti ignorano è che nel mondo arabo di sua competenza si contano circa un milione di cattolici.

Si, sono concentrati nella stragrande parte negli Emirati. Un numero, tra l’altro, in forte crescita, vista la forte immigrazione dall’Asia. Provengono da un centinaio di paesi del mondo e vengono qui per lavorare. La frequenza religiosa ai riti è molto alta, perché nella chiesa filippini, indiani, srilankesi, pachistani trovano una seconda famiglia. Come nella parrocchia di St. Mary a Dubai, considerata con i suoi 300mila fedeli la parrocchia più grande del mondo. Ci sono anche migliaia di europei italiani, tedeschi, francesi.

Che lavori fanno lì gli italiani?

Lavorano nelle imprese, come insegnanti e professionisti. Un tempo c’erano anche muratori, oggi fanno solo lavori medio- alti. Dagli arabi l’Italia è vista con forte attrattiva e non solo per il calcio e le opere d’arte. È proprio lo stile di vita italiano che piace.

Cosa il mondo occidentale non ha ancora compreso sulle necessità del dialogo?

Il dialogo è una questione di vita non una forma di pensiero. Una delle cose più negative è la paura dell’altro. La prima elazione è tra due persone, poi vengono le fedi e anche per queste c’è sempre un terreno dell’incontro, su quello dobbiamo lavorare. Altrimenti avremo solo guerre e scontri.

Le ondate migratorie rendono ancora più urgente questa prospettiva?

Non sappiamo come continueranno i flussi migratori, potrebbero cambiare da un giorno all’altro a seconda delle politiche internazionali. Quello che è certo è che non si fermeranno mia. Dobbiamo vivere con le migrazioni. Io sono convinto che quando trattiamo l’altro come un essere umano con uguale dignità le soluzioni arrivano sempre.

Tra le popolazioni arabe dove lei vive ci sono prove concrete di dialogo?

Nei campi residenziali dei lavoratori, dove la gente torna stanca in bus la sera. Il dialogo lo sperimentano concretamente con i vicini di casa, in uno stesso quartiere vivono indiani, filippini, pakistani. Certo c’è il problema della lingua che non aiuta a comunicare. Le feste sono una occasione di incontro. Il Natale, per esempio, o il Ramadan dei musulmani.

Cosa si dovrebbe fare per dare più spazio all’Islam moderato?

Evitare di assimilare tutto il mondo arabo-musulmano al terrorismo. Non si può prendere una minoranza per tracciare il ritratto di un popolo. Se un italiano o uno svizzero commette un crimine non posso dare la colpa all’Italia o alla Svizzera intere.

Le tre grandi religioni monoteiste possono incontrarsi proprio sui temi della pace?

Certo, perché non hanno la violenza alla base del loro credo. Nel loro programma rimane comune la costruzione di una intesa reciproca per la pace.

Nel suo libro scrive: “Credo che su alcuni temi noi siamo più avanti, a modo nostro, delle comunità e del¬le diocesi d’Europa”. Su quali in particolare?

Per il fatto che siamo una Chiesa particolare, fatta tutta di migranti, non abbiamo fedeli del posto. Tutti quindi formano una comunità internazionale, sapendo che non sono parte della società autoctona. Da questo punto di vita siamo una Chiesa moderna che sperimenta le stesse difficoltà e le stesse energie delle prime comunità cristiane. Possiamo per questo offrire un esempio all’Europa: le migrazioni continueranno e molte Chiese del mondo dovranno confrontarsi ancora di più con i credenti di altre parti del mondo.

La Chiesa è formata dall’intera comunità dei credenti, ma da voi i laici hanno davvero un ruolo di primo piano…

Abbiamo cristiani di diverse culture, lingue, tradizioni anche di altri riti. Un laboratorio di vita dove genti diverse dimostrano che possano vivere in pace, andare in chiesa insieme.

Quanti sono i sacerdoti?

Nel mio vicariato, quindi considerando Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen – i preti sono 75, una ventina da diverse parti del mondo. C’è anche un piccolo numero di sacerdoti che ha trovato la vocazione lavorando nei paesi del Golfo.

Nel suo vicariato c’è anche lo Yemen, dove si sta consumando una tragedia immane…

Ogni giorno è come un pugno nello stomaco e non se ne vede al momento la soluzione, sotto gli occhi del mondo intero che finge di ignorare il dramma di migliaia di persone che non hanno cure mediche, cibo, lavoro. Tutto a causa di una guerra per la quale ci sono troppi interessi economici, anche se appare come una guerra civile a farne le spese è proprio la gente.

Ci sono cattolici anche nello Yemen?

Pochissimi e quelli che c’erano sono andati via. Quelli che sono rimasti non si riesce a contattarli, le 4 parrocchie sono al momento disastrate o inaccessibili. A continuare il loro impegno ci sono ancora le eroiche suore di Madre Teresa di Calcutta.

Le piacerebbe portare questo suo libro nelle scuole superiori?

Sì, perché è tra i giovani che si comincia a costruire una vera cultura del dialogo. Solo persone sagge e moderate, non schiave della paura, possono garantire un futuro di pace.

Viene per la prima volta a Salerno?

Non ci sono mai stato, ma come cappuccino sono in contatto con diversi conventi salernitani.

Paolo Romano

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