L'EDITORIALE

"Passare oltre" la pandemia, senza dimenticare ferite e furberie

L'esempio ci arriva da Israele

Sabato scorso gli ebrei in tutto il mondo hanno potuto spezzare il matzoth - il pane azzimo - e annunciare così la Pesach, la Pasqua. Da Tel Aviv e Gerusalemme, in particolare, diffuse dai social, sono arrivate le immagini di tante persone riunite in una stanza, intorno a un tavolo, col capofamiglia che indossava orgoglioso il tradizionale kittel bianco e la kippah. La Pasqua per gli ebrei è la più importante delle feste, quella della liberazione del Popolo di Dio dall’Egitto. Pesach significa “passare oltre”, e descrive quello che avvenne la notte della “decima piaga”, quella in cui l’angelo della morte si fermò nelle case degli egiziani uccidendo tutti i primogeniti; ma “passò oltre” davanti a quelle degli ebrei che avevano spruzzato sugli stipiti delle porte, in segno di riconoscimento, il sangue dell’agnello sacrificale, così come ordinato dal profeta Mosè. La terribile punizione descritta nell’Antico Testamento segnò l’inizio dell’esodo ma anche la nascita di Israele.

Quest’anno la Pesach ha un significato ancora più profondo: quello della liberazione dall’oppressione del Covid. Lo stato di Israele ha organizzato e attuato fin dal dicembre scorso una campagna di vaccinazione di massa riuscendo prima e meglio degli altri ad arginare il contagio pandemico. Pochi giorni fa il ministro israeliano della Salute, Yuli Edelstein, ha annunciato che già metà della popolazione israeliana ha ricevuto due dosi del vaccino anti-Covid: quasi 4,7 milioni di persone immunizzate; mentre 5,2 milioni attendono la seconda. Israele, dunque, è riuscita a “passare oltre”, ad uscire dal tunnel. Un modello da seguire per tanti Stati - europei e, dunque, Italia compresa - per superare questi tempi di dolore e incertezza. È vero, la nazione ebraica è stata scelta da Pfizer per sperimentare in larga scala il suo vaccino (in un primo momento si era pensato alla Svizzera); ma è anche vero che, dall’altra parte c’è stata la risposta immediata dello Stato: la distribuzione delle fiale era prevista 24 ore su 24; in ogni angolo delle città c’erano le postazioni della Stella di Davide Rossa per inoculare il vaccino. Insomma, mentre in Italia si predisponevano ordinanze da “azzeccagarbugli”, altrove si badava al sodo, a raggiungere il traguardo del 75% della popolazione, dai 16 anni in su, immunizzata. E Israele ci è riuscita, potendo così festeggiare la sua Pesach in famiglia.

La nostra Pasqua, quest’anno, invece, non è dissimile da quella del 2020, quando eravamo in pieno lockdown. C’è chi imputa al centralismo europeo il fallimento del piano vaccinale; chi se la prende con le grandi case farmaceutiche che hanno disatteso i contratti di fornitura; c’è chi imputa al Sistema sanitario nazionale le peggiori nefandezze.
Il problema, con molte probabilità, è nella ormai consolidata abitudine italiana di trasformare ogni tragedia o calamità in commedia. O, peggio, in tornaconto personale. Quando un giorno - speriamo presto - anche noi saremo immuni da questo flagello, dovremo necessariamente tirare le somme di quanto accaduto. Bisognerà individuare responsabilità precise, dolose o colpose che siano. Soprattutto qui in Campania dove la seconda, prevista ondata dei contagi, ci ha letteralmente travolti, mettendo in ginocchio un’intera economia e seminando lutti. Un secondo “terremoto”, come quello degli anni ’80, quando la tragedia di intere popolazioni si trasformò in guadagni spesso illeciti per pochi. Ecco, l’augurio che possiamo farci in questo giorno di Pasqua è quello di riuscire a “passare oltre” o, come insegna il Vangelo, a risorgere grazie all’Agnello che, come vuole la traduzione greca, “solleva” il peccato dal mondo sacrificandosi sulla croce. Buona Pasqua a tutti.