IL FATTO

Omicidio Ricco: il giallo del telefonino

 I periti: «Non è tracciabile il cellulare dell’amante Avagliano»

PONTECAGNANO FAIANO - Le attività tecniche investigative sulle celle telefoniche non possono accertare dove si trovava il cellulare di Sergio Avigliano: il consulente aziendale assolto già in primo grado per l’omicidio di Maria Ricco . Non c’è, dunque, certezza che l’imputato era stato sul luogo dove fu trovato il cadavere carbonizzato della bracciante agricola otto anni. Lo scheletro fu rinvenuto nell’auto della vittima in località Cavallieri, tra la frazione Santa Tecla, dove viveva la donna, e Faiano. A riferirlo ai giudici della Corte di Assise di Appello, dove si sta celebrando il processo di secondo grado, è stato il perito nominato dal collegio presieduto dal giudice Francesco Siano .

A ricorrere in Appello è stata la procura di Salerno dopo che la Corte di Assise, a maggio di due anni fa, ha assolto Avigliano per non aver commesso il fatto. Con la relazione del perito, non si può accertare la presenza di Avigliano sul luogo dell’omicidio della povera Maria Ricco: un assassinio che destò molto scalpore all’epoca per l'efferatezza con cui era avvenuto e per la scelta dell’assassino di distruggere il corpo, quasi in modo rabbioso, per togliere ogni traccia possibile per risalire alla mano assassina. Chi uccise Maria Ricco, fu detto nel processo di primo grado, la odiava. E non era il suo amante Avigliano, stabilirono i giudici della Corte di Assise.

Chi incontrò quel pomeriggio Maria Ricco? Quel giorno era uscita di casa con la sua Hyundai di colore giallo. L’auto carbonizzata fu trovata qualche giorno dopo la scomparsa nel luogo dove - secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti - la vittima era solita incontrarsi con il suo amante. Tra i due - emerse nel corso del dibattimento - era sufficiente il segnale convenzionale di uno sul cellulare per annunciare l’appuntamento clandestino. Ed è proprio il cellulare il vero rebus di questo processo: par di capire che non c’è modo di affermare che l’apparecchio in uso all’imputato fosse agganciato su una delle cellule dei ponti radio che coprono la zona del ritrovamento del cadavere.

L’impianto accusatorio puntava molto sul cosiddetto “giallo delle chiavi”: dal mazzo della vittima mancava quella di casa, chiave che l’assassino – secondo la Procura – aveva usato per prendere la bombola di gpl e la cornice con la foto dei figli per costruire la scena di quello che doveva sembrare un suicidio. I familiari della Ricco si sono costituiti parte civile, assistiti dall’avvocato Costantino Cardiello . L’impianto accusatorio si basava sugli elementi forniti dai tabulatati telefonici e sui tempi di azione. I giudici di Appello avranno anche la relazione dei periti sul cellulare dell’imputato per stabilire se era nel raggio d’azione del luogo dell’omicidio. La decisione della Corte di Assise e di Appello è attesa per marzo.

(m.l.)