«Noi lottiamo col virus come degli astronauti» 

La testimonianza di Gianfranco Glielmi, responsabile dell’area del “Civile” «Agropoli è una risorsa per il territorio. In pochi ma daremo sempre tutto»

AGROPOLI. Gianfranco Glielmi, nemmeno cinquant’anni, capaccese, medico specialista in malattie infettive, dallo scorso 27 ottobre è il responsabile del reparto Covid all’ospedale “Civile” di Agropoli per le degenze di media e bassa intensità. A 28 anni discuteva la tesi specialistica sulla Sars, una piaga che il mondo aveva archiviato da poco, a colloquio con il professor Marcello Piazza e gli esperti del Cotugno presso il Secondo Policlinico Federiciano di Napoli. Mai avrebbe pensato, 17 anni dopo, di trovarsi a fronteggiare in prima persona una pandemia così grave da piegare le gambe al mondo. Ma il dottor Glielmi, al “Civile” dal 2017, le ossa se l’è fatte nel tempo: medico di pronto soccorso e di medicina generale nell’hinterland partenopeo, dieci anni nell’Agro nocerino-sarnese. È uno, insomma, avvezzo al pronto intervento e all’emergenza territoriale. Eppure, dopo quasi vent’anni, la sua voce giovane e stanca non riesce a trattenere l’emozione nel descrivere la cronaca umana e professionale dell’ingresso in “corsie trincea”, quasi assenti di gravità, dove tutti - facendo un’analogia con il lessico preso in prestito dal mondo militare - si fanno soldati e combattono con e per la vita.
Dottore Glielmi, il 27 ottobre sono iniziate le attività del Covid all’ospedale di Agropoli. Che giorno è stato?
Una data storica. La sfida professionale più grande che abbia mai accettato e affrontato. Sapevamo di dover aprire in emergenza, ma quando è successo è stato come partire per una missione speciale di un film fantascientifico. Una chiamata alle armi.
L’apertura di questo presidio per la cura del coronavirus è una reale opportunità?
Certo. Ma più che per l’ospedale in sé, lo è per la popolazione. Faremo di tutto per salvare i nostri pazienti più fragili, a prescindere dall’età.
Come procedono le attività?
Il Covid Hospital è una metamorfosi in corso d’opera, stiamo reclutando altro personale e siamo riusciti ad ottenere l’accreditamento per l’utilizzo di un antivirale idoneo all’eliminazione della replicazione del virus che sembra dare buoni risultati. Con la prossima partenza del laboratorio, inoltre, potremo ottimizzare le ospedalizzazioni in tempo reale e creare un turn over per i pazienti che ne necessiteranno. C’è ancora tanto da fare ma stiamo dando il massimo.
E la situazione dei posti letto?
Con 8 posti intensivi e 2 sub-intesivi, l’area diretta dalla dottoressa Rosa Lampasona è al completo. Io, invece, ho 7 pazienti in media e bassa gravità, ma le postazioni verranno incrementate. Siamo al lavoro per allestire un’altra ala, ma abbiamo bisogno di risorse umane, soprattutto di infermieri che sono i veri eroi. Senza di loro non potremmo fare nulla.
Quanti ne avete a disposizione?
Pochi, ma sono onorato di lavorare al loro fianco. Mettono impegno, orgoglio e anche felicità nella loro missione quotidiana, fatta di lunghi turni. Entrare nelle tute di protezione significa mischiare lacrime e sudore. L’effetto è quello ottenuto da chi, nell’estremo tentativo di voler dimagrire, va a correre smaltendo avvolto in una busta di plastica. Per questo, ogni 4 ore, è necessario prendere una boccata d’aria e poi ripetere il delicatissimo rito della vestizione.
Qualcuno ha paragonato il lavoro degli infermieri ad un’esperienza simil spaziale...
È vero. Come astronauti pronti ad essere sganciati nell’universo in assenza di gravità. Una volta indossate tutte le protezioni, si lavora quasi in slow motion.
Come s’immagina questo Natale?
Conviveremo col Covid ancora per molto. Vorrei che tutti scaricassero l’App “Immuni” e che si sottoponessero al vaccino antinfluenzale, oltre a vivere il quotidiano secondo il rispetto delle regole. Quanto a me, sarò senza dubbio in corsia accanto ai miei pazienti e, magari, pregherò di più perché mai come oggi la Scienza ha bisogno del buon Dio.
Cljo Proietti
©RIPRODUZIONE RISERVATA.