Francesco Castiello

L'INTERVENTO

Nel Mezzogiorno tsunami demografico

Quota 34 e decontribuzione per arginarlo

Gli ultimi aggiornamenti curati da un osservatorio qualificato, qual è la Svimez, evidenziano un quadro dell’economia e della società meridionale di rilevante criticità. Mettendo i numeri dietro i fatti, questi dimostrano che il Mezzogiorno perde negli ultimi quindici anni 1 milione di abitanti circa e 200 mila laureati. Alla crisi demografica, che si è realizzata nelle forme più devastanti, qual è la privazione di capitale umano qualificato, si è accompagnata la perdita di ingente capitale finanziario. Considerata la cifra di 200mila laureati meridionali emigrati prevalentemente all’estero e moltiplicata tale cifra per il costo medio (secondo i dati Ocse), la perdita netta in termini finanziari per il Sud ammonta a circa 30 miliardi di euro. Alla perdita di questo gran numero di giovani in possesso della laurea corrisponde, inoltre, una ingente sottrazione di valore aggiunto per il futuro.

La disoccupazione giovanile nelle 8 regioni meridionali si aggira sul 50% circa. Il tasso di occupazione dei laureati in Italia è quasi dell’80%, al Sud è fermo al 44%, a circa la metà. La percentuale di occupazione delle donne in possesso del titolo della scuola dell’obbligo è drammatica, riducendosi addirittura al 29,9 %. Il bassissimo tasso di occupazione femminile, di circa 30 punti percentuali inferiore a quello del centro-nord, evidenzia, come è stato perspicuamente osservato, “la singolare circostanza che le donne nel Mezzogiorno vivono in un paese totalmente diverso rispetto a quelle che vivono nel centro-nord”. Nel Mezzogiorno non solo si registra soltanto un’incidenza maggiore di famiglie nell’ambito delle quali nessuno è occupato, ma si riscontra anche un’incidenza maggiore di famiglie monopercettori di reddito e per giunta di basso livello.

Il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione in condizioni di notevole difficoltà. La perdita della quota 34 (e cioè della percentuale degli investimenti in conto capitale della pubblica amministrazione corrispondente al peso della popolazione meridionale sul totale del Paese),improvvidamente decisa nel 2008, proprio in coincidenza con l’inizio della lunga crisi, ha provocato, sempre secondo i dati Svimez, il raddoppio della disoccupazione. Se la quota 34 fosse stata conservata, in luogo di 500 mila disoccupati ce ne sarebbe stata la metà.

Nel Sud si concentra oggi la più parte dei soggetti in condizioni di povertà assoluta (circa 5 milioni) e di povertà relativa (circa 10 milioni). Nel 2016, alla fine della lunga recessione, è stato calcolato che 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro 6 nel Centro- nord.

Una certa ripresa dell’economia meridionale in atto, che ne mostra la “resilienza”, se conferma la sensibile reattività del Mezzogiorno allo stimolo degli investimenti pubblici, come gli interventi finanziati con i fondi strutturali, non è in grado, peraltro, di assicurare ritmi di crescita adeguati, tant’è che il Sud potrà recuperare i livelli precrisi soltanto nel 2025.

Lo spopolamento nelle aree interne del Mezzogiorno ha assunto rilevanza biblica, tanto da spingere osservatori qualificati a parlare di un autentico tsunami demografico e ad elaborare, sulla base della tendenza in atto, la previsione di perdita nei prossimi quarant’anni, se non intervengono significative modifiche nella politica economica, di oltre 5 milioni di abitanti subendo il Sud Italia una irreversibile, catastrofica destrutturazione demografica.

I paesi della dorsale appenninica meridionale,prossimi alla desertificazione, sono privi o scarsamente dotati di infrastrutture materiali e immateriali. Le strade sono ancora, almeno in parte, quelle che Gioacchino Murat costruì nel 1806, pergiunta in stato di abbandono manutentivo e con seririschi alla circolazione. Mancano i collegamenti ferroviari. Matera, capitale europea della cultura 2019, ne è affatto priva. L’alta velocità si spegne a Salerno. Gravemente deficitario è il livello delle infrastrutture immateriali. Ampie aree del Mezzogiorno restano escluse dalla rete della telefonia mobile e del circuito Internet. Le gravi carenze delle infrastrutture materiali e immateriali pregiudicano lo sviluppo economico e allontanano i giovani dalla loro terra.

La perequazione infrastrutturale istituita con l. n. 42/2009, lungi dall’essersi realizzata, rimane un astratto principio. Occorrono scelte di politica economica concrete ed incisive che, proprio partendo dal depauperamento demografico e dall’emigrazione intellettuale, riportino il Mezzogiorno al centro del dibattito come una grande questione sociale, recuperando il senso della centralità e dell’irrinunciabilità sul piano strategico della perequazione infrastrutturale.

L’attuazione della perequazione infrastrutturale è strategia che deve accompagnarsi alla recuperata consapevolezza che l’interdipendenza tra le due macroaree (Sud e Centro- Nord) implica sensibili vantaggi alla seconda di esse, nella forma di flussi commerciali. La domanda interna del Sud, costituita dalla somma di consumi e investimenti, attiva oltre il 14% del PIL del Centro-Nord.

Recupero della quota 34 e decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato devono costituire i pilastri di scelte di politica economica tanto essenziali e irrinunciabili quanto di urgente attuazione. Tutto ciò nella riacquisita consapevolezza che la questione del Mezzogiorno, secondo il monito di autorevoli Presidenti della Repubblica, quale Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi, non è una questione territoriale ma è questione nazionale.

*senatore M5S