Danilo Dolci

I NUOVI PROFETI

Nel dialogo socratico il corpo della libertà

Vent'anni fa moriva Danilo Dolci, attivista della non violenza

Metti un ragazzo di quin­dici anni e di fronte a lui, poniamo, Socrate, li filosofo farà l'adolescente cu­rioso e il giovincello diventerà saggio. È un classico della ma­ieutica, questo, e le piccole veri­tà del discepolo saliranno dal fondo dei pensieri verso la luce. Fra il 1985 {non il 400 a. C) e non ad Atene ma ad Agropoli, porta del Cilento, davanti al di­ scepolo di turno, in un pomerig­gio caldo, sedeva Danilo Dolci - un po' Socrate e già molto Gand­hi. Aveva sessantuno anni il so­ciologo, educatore, poeta e atti­vista della nonviolenza prove­niente da Sesana, nel cuore del Carso, e trasferitosi dal 1952 nel­la Sicilia occidentale, a Trappeto e Partinico, per lottare contro sottosviluppo e mafia, guardan­do "oltre l'attimo, e vivendo­lo...". Suo discepolo per caso (e, poi, negli anni, collaboratore e biografo) quel giorno fu Giusep­pe Barone, studente dello Scien­tifico. Oggi Barone ha circa qua­rantotto anni, fa il bancario a Na­poli dove abita dal '93, ed è il cu­ratore di "Ciò che ho imparato” (Mesogea) e “La forza della non­ violenza - profilo bibliografico di Danilo Dolci" (Dante & De­scartes), con prefazione di Nor­berto Bobbio, due testi che non sono mai passati di moda, come il celebre “Banditi a Partinico’’. «Fu immediato il mio interes­se per il personaggio, lui d'altra parte calamitava l’attenzione de­gli altri. Parlava poco - ricorda Barone - ma ti tirava le cose fuo­ri, portando all’esterno la tua creatività che ti faceva investire in un sorprendente lavoro di gruppo». La vita scoperta giorno dopo giorno, che il Danilo Dolci poeta cantò ne “Il limone luna­re”, era una continua sorpresa. «“Che cosa è una zecca?”, un giorno cominciò un incontro con questa domanda. Silenzio e imbarazzo tra noi ragazzi. "Ma qualcuno di voi ha un cane?”, ci sollecitò per alcuni minuti. Do­po un’ora entrammo nel vivo, con l’intervento di uno studente che, rivolto a Dolci, osservò: "È brutto quando le persone si comportano da zecche". Il po­meriggio si concluse discutendo di campi di concentramento e di ingiustizie nel mondo». Danilo Dolci, che conoscerà il carcere per le sue lotte siciliane, alla fine del secondo millennio attuava proprio il metodo socra­tico. Il contributo di ciascuno ne usciva valorizzato, le verità non si dispensavano, piuttosto si co­struivano pazientemente con il dialogo, tirandole fuori dai pen­sieri e schiarendole alla luce del sole. "Il vivere mi inorridisce / e affascina / siamo minimi micro­bi / in bilico distratto / tra dispe­razione e presunzione” scrisse ne “Il dio delle zecche”. Gli os­servatori corneranno l'espressio­ne "capacitazione" (empowerment) per definire la finalità del suo artigianale lavoro di sociolo­go "non scolastico". «Era architetto di formazione ma avviò in Italia una rifondazio­ ne sociologica dal basso, un la­voro che inventò nella Sicilia de­ gli anni '50, dove appariva im­possibile innovare alcunché»; Barone ricostruisce questa rivo­ luzione dai mezzi poveri (parole e silenzi) ma dagli esiti inattesi: «La “sua” diga di Partinico, pro­ gettata negli anni '50, è l’unica che ancora funzioni in Sicilia». Dicevamo, dei contatto, della “capacitazione', attività difficile e umile. «Danilo cominciò a cer­carmi. perché mi vide interessa­to al suo metodo. Negli incontri maieutici. per coinvolgere mag­giormente gli altri, lo sentivi esclamare: "Hai detto una cosa bella, me la puoi appuntare? Scrivi poche righe...”. Accadde così anche a me. "Dieci righe, grazie, grazie!'. Un rapporto in consueto, paritario. Cominciai così a fare ricerche, cercavo libri, volevo sapere da dove veniva e chi era quell’uomo straordina­rio». Anche i saluti, alla fine delle riunioni, rinviavano al rapporto, alla civiltà della conversazione: "Se ti va, mi chiami. Fatti senti­re!”. E infatti: «Rispondeva per­sonalmente al telefono, le con­versazioni erano profonde e non degeneravano nei convenevoli. Esauriti gli argomenti forti, ter­minavano subito. L’ovvio non apparteneva alla sua vita». Era passato appena un anno dalla conoscenza, Giuseppe Ba­rone di anni ne aveva sedici. Ma con Dolci si cresceva in fretta. «Un giorno mi chiamò e mi chie­ se se mi faceva piacere leggere le bozze di un suo libro. Gli dissi di sì. Mi inviò trenta pagine dattilo­ scritte. Dopo qualche giorno si fece vivo: “Allora?". Gli dissi: “È un libro bello, fondamentale”. E lui: “Dopo i complimenti, venia­ mo alle critiche". Sì, proprio co­ sì: Danilo, che era un autore Ei­naudi, Feltrinelli e Mondadori, l'intellettuale amico di Russell, Piaget, Silone, Levi e Bobbio, vo­leva la critica autentica di un ra­gazzino». Barone “entra” presto nella schiera dei collaboratori, Dolci gli pubblica interventi e chiose nei suoi testi. Il rapporto si intensifica, il giovane studioso raggiunge il maestro in Sicilia, dove la silenziosa e profonda ri­oluzione del costume si arric­chisce di indelebili pagine non-violente. «Raccoglievo continuamente materiale su di lui, ma bo per una settimana fu a causa della morte per denutrizione di un bambino, Benedetto Barret­ta. “Come potevo mangiare - di­ceva - se un bambino era appena morto di fame?"». Nel ricordo di Barone la incrollabile fede lai­ca del poeta: «"Mi sento religio­so - mi diceva ma non in senso confessionale"». Guardare, ascoltare: erano questi i riti più coinvolgenti di Danilo Dolci, sacerdote laico im­ merso nei dolori dell’umanità senza mai disperare. Non aveva scelto Palermo come campo d’a­zione, ma un paese senza econo­ mia, dove a far compagnia alla gente c erano la fame, la sete e la febbre. A Partinico la fogna si al­lungava in un rigagnolo e attra­ versava la strada, portando epi­ demie nelle case. «La sua attuali­tà è in questa società viva che riusciva a tirar fuori dal silenzio e dalla malinconia meridionale. Ripeteva "il potere non è il male, è il dominio ad essere patologi­co". Per lui - commenta Barone - ciascun individuo deve poter avere un proprio potere». Non c entra nulla, tutto questo, con l’anarchia? «Assolutamente no. Danilo era amico di molti anar­chici, ma diceva che la sua idea era diversa perché presuppone­ va un'organizzazione. Egli vole­va una democrazia compiuta». Tornano Socrate, le parole, la co­noscenza, le definizioni. «Lo ha ricordato Saviano: Danilo Dolci dal ’50 al '90 promuove il potere delle parole e dell‘ascolto». La storia, grazie a lui, ha cucito un abito addosso all'utopia, lascian­do intravedere un futuro di liber­tà e di democrazia. «Più che tra storia e utopia - osserva Barone - vedo un nesso tra teoria e pras­si. Forse è qui l’attualità di Dol­ci». Se tornasse per un giorno dal silenzio al quale da vent'anni non ancora ci ha abituati (Dolci morì il 30 dicembre del 1997), a quali battaglie si dedi­ cherebbe questo poeta (e profe­ta) disarmato e tanto temuto? Da vivo interrogava i contadini, che gli chiedevano l’acqua. Ma l'umanità anche oggi ha sete. Dolci invocava "acqua democra­tica”. E raramente parlava di ma­fia. Preferiva discutere di “siste­ma clientelare mafioso" per dire al mondo, da efficace comunica­ tore quale era, che la mafia sen­za la politica (e viceversa) non è un assunto compiuto. Una rivo­luzione. la sua. della quale per fortuna si riparla. E le edizioni Mesogea. per alimentarla, han­no riproposto qualche anno fa, con una nota introduttiva di Giu­seppe Barone, "Palpitare di nes­si", un’opera di Danilo Dolci del 1985. Testo attualissimo, da non perdere.