Un gruppo di migranti

IL FATTO

Migranti costretti a lasciare il centro a Pagani

Un preavviso minimo per spostarsi a Capaccio sta creando problemi agli ospiti

«Non vogliamo andare via, abbiamo ricostruito qui la nostra vita». Sono disperati i richiedenti asilo di via Pesca, ospiti da circa due anni della cooperativa San Pio. Domani alcuni mezzi della Prefettura dovrebbero venire a prenderli per trasferirli in un altro centro di accoglienza, probabilmente a Capaccio-Paestum. Stando alle testimonianze solo sabato, però, il gruppo di circa quaranta persone, tra donne e uomini, sarebbe venuto a conoscenza dell’imminente trasferimento. Pare che la cooperativa angrese non si sia posizionata in graduatoria con un punteggio utile a continuare la gestione nel bando della Prefettura per l’affidamento del servizio di accoglienza e dei servizi connessi a favore dei cittadini extracomunitari richiedenti protezione internazionale. Un gruppo di richiedenti asilo si è recato ieri mattina in Prefettura, per chiedere la possibilità di una proroga. «Abbiamo chiesto almeno un po’ di tempo per poterci organizzare. Ma hanno detto no». La comunità di via Pesca, fatta da persone provenienti da Pakistan, Bangladesh, Togo, Somalia, Gambia, con sacrificio e non poche difficoltà ha cercato di integrarsi in questi anni. «Molti di noi vanno a lavorare, altri sono iscritti a scuola o all’università. Se ci trasferiscono dovremo abbandonare tutto » dicono. Qualcuno di loro sta cercando casa per poter rimanere a Pagani, dove lavora. Per gran parte, però, sarà impossibile trovare una sistemazione. «Nessuno in due giorni ci dà una casa in fitto - spiegano - saremo costretti ad andar via». A commentare l’accaduto, è stato Gennaro Avallone della campagna Lasciatecientrare, che si sta attivando per dare un supporto «Quello che sta accadendo a Pagani, si sta ripetendo uguale in altri posti, poiché risultato delle recenti politiche della cosiddetta accoglienza. Si stanno moltiplicando i trasferimenti senza preavviso verso altri centri. Così non va bene. Le persone cercano di inserirsi, lavorano, studiano, creano legami e all'improvviso vengono sbattute a chilometri di distanza. Se rifiutassero il trasferimento, riceverebbero la revoca dell'accoglienza e si troverebbero completamente fuori dal sistema. Ma quanti possono organizzarsi dalla sera alla mattina per cercare una soluzione autonoma?».

Martina Nacchio

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