Il COMMENTO

Lotta da Potere Operaio che nasce dai sottoscala

Alloggi e non ghetti per questi bambini multicolore che non conoscono i cieli d'Africa

Alle 11 di mattina il rullio dei tamburi scuote corso Vittorio Emanuele con percussioni del tutto diseguali da quelle consuete dei tamburi dei cortei sindacali. Questo è un ritmo di battaglia pluritonale ed esotico, iracondo sugli acuti e narrativo nei rimandi di voce in voce da un tamburo all’altro. Questo corteo che racconta il dramma dell’emarginazione avanza nelle forme dello spettacolo, che è modo naturale e spontaneo di comunicare per chi vive a sud del Mediterraneo.
Saranno qualche centinaio, compresi i bambini, gli emigranti organizzati che stanno sfilando, ordinati e composti, contro la ghettizzazione delle loro esistenze. “Sopravvivere non è un reato” recita uno striscione all’inizio del corteo, preceduto da coloratissimi bambini. Cento mani di colore scuro si alzano al cielo ad ogni slogan incomprensibile lanciato dal centro della folla e ripreso dalle prime file.
La forza dell’urlo compatto ricorda la determinazione vocale dei cortei extra parlamentari di una volta. A un segnale i bambini si stendono a terra davanti all’ingresso del Tribunale.
È un atto di sottomissione alla Legge, ma anche un’invocazione di ascolto sponsorizzata dalla forza del numero dei partecipanti. “Adesso siamo in tanti, e dovete ascoltarci!”.
Questo avvertono i tamburi riprendendo il loro racconto con l’ascesa dei decibel. Il corteo prosegue, come un fiume iridato, portando avanti le sue gemme incomprese: I bambini e i colori! Il futuro e la vita!
Sono organizzati, adesso, i migranti. Il volantino che distribuiscono è in italiano ed in inglese.
Sembra un proclama di Lotta Continua o di Potere Operaio. I nemici sono ancora gli stessi, il Capitalismo e il Fascismo, ma la lotta non parte dalle fabbriche o dai quartieri operai.
Nasce dai sottoscala affollati o dai relitti edili abbandonati della periferia industriale. C’è l’embrione di una forza sociale crescente che nessuno può più fingere di non vedere, perché la rabbia contenuta di oggi può innescare l’Isis tra noi di domani. “Stato e Padroni, fate attenzione, nasce il Partito dell’Insurrezione” cantava il vento del maggio del “68”. La stessa canzone arriva in questo maggio, ma il vento viene dall’Equatore.
Occorre convincersi che il prezzo del disinnesco di una bomba sociale dobbiamo pagarlo tutti, e presto. La componente di massima del corteo è costituita da quasi residenti, che già parlano la lingua.
Vanno aiutati non solo con i mercatini etnici, che adesso sono ridicolmente defilati e privi di attrezzature, ma con impieghi socialmente utili.
C’è una città che fa schifo, priva di ogni ornamento e lurida nei suoi muri. Cumuli di rifiuti di ogni genere, che nessuno raccoglie, orlano le carreggiate provinciali.
Le spese di questi possibili impieghi di forza lavoro e il recupero ambientale devono sostenerle anzitutto i redditi più alti, a partire da quelli del mio censo che ben possono sopportare una addizionale di emergenza comunale o regionale che sia.
E poi alloggi e non ghetti per questi bambini multicolori che non conoscono i cieli d’Africa ma che tifano per la Salernitana. Nella speranza che il flusso si fermi, e il continente che sta giù a Sud non si privi della linfa vitale della sua giovinezza.
Ma questa speranza è affidata a forze più grandi di quelle di Salerno che, per adesso, deve essere generosa!
©RIPRODUZIONE RISERVATA