CARTA GIALLA

Le “strane” diete alimentari che fanno nascere mostri

Nel Cinquecento Aldrovandi abbinò al mangiare poco ortodosso una serie di malanni

Quei popoli mangiatori di zuppe a base di pipistrello, pangolino arrostito, serpente o insetti vari in umido, non avranno (forse) in futuro vita facile, quando l’epidemia sarà alle spalle, perché è a loro che si addebita dagli scienziati la responsabilità per il passaggio del virus Covid-19 da animale a uomo: la Cina e altri paesi di gourmet stravaganti hanno messo o metteranno al bando - si spera - carni di roditori vari, tassi, tartarughe, ali di pipistrello, stufato di pitone e pinne di pescecane. Già da tempo i virologi hanno trovato legami tra i pipistrelli e l’epidemia di ebola, tra la Mers e i cammelli, e già vent’anni fa, ai tempi della Sars, gli epidemiologi sospettavano che il consumo di animali selvatici in alcuni mercati del Sud-Est asiatico fossero all’origine dell’epidemia. In passato, ai tempi delle carestie ricorrenti, in Cina come in Europa, ma come ancora avviene in parti dell’Africa e dell’Amazzonia, la carne di animali, anche insoliti o repellenti alla vista, erano il rifugio dalla fame e un’importante fonte di proteine. Così accadeva pure nei nostri paesi fino all’ultimo dopoguerra, quando gatti e volpi, lupi, asini vecchi e persino topi, tutto faceva brodo. Ma il consumo di specie insolite è una caratteristica dell’Oriente, delle terre africane e di quelle che una volta si dicevano australi, presso viaggiatori e naturalisti dell’antichità e del Medioevo, i quali condivano i loro libri con racconti di esseri che poco avevano di umano, nell’aspetto e nelle abitudini alimentari, a partire da Plinio, che nella sua Storia Naturale racconta come presso le lontane genti dell’India e dell’Etiopia l’aria infuocata che essi respirano stravolge le loro fisionomie fino alla mostruosità (Naturalis historia, VI, 35). Nel “Liber monstrorum de diversis generibus”, una fantastica compilazione - probabilmente anglosassone - del VII secolo d.C., tra i tanti esotismi, vi si favoleggia che nell’Arabia ci siano serpenti dotati di corna d’ariete dai quali nasce il pepe bianco e gli uomini, incendiato il bosco, lo sottraggono ai serpenti in fuga.

Nello stesso libro si descrivono i Ciclopi, oppure i negri giganteschi a Est del fiume Brixonte (“magnis hominibus Brixontis”): grandi bevitori di sangue umano gli uni e golosi cannibali gli altri, come del resto mangiatori di carne umana erano i Cinocefali indiani, muniti di grandi zanne canine, descritti nel Milione di Marco Polo. Abitudini alimentari analoghe sono quelle di cui parla il francescano, oggi beato, Odorico da Pordenone nel resoconto del suo viaggio in Oriente “De rebus incognitis”, trovandosi al cospetto di cannibali tibetani, che chiama “popolo bestiale” perché aduso a fare il bollito col cranio del proprio genitore. Diete stravaganti, se non mostruose, praticate solitamente a remote latitudini, sono descritte in pieno Cinquecento dal bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), naturalista, botanico ed entomologo italiano, che dedica a queste un capitolo della sua “Monstrorum historia”, opera postuma stampata a Bologna nel 1642, stabilendo alla fine che un cibo poco ortodosso è teratogeno, ossia genera mostri, è fonte di anomalie nei feti, malformazioni e malanni negli umani. Sono mostruosi così gli Acridofagi nelle terre di Etiopia, con il loro pasto a base di cavallette, e quei popoli dell’India che affettano cosciotti di tigre e di altri felini, come oggi fanno ancora taluni, nel Sud della Cina, che mangiano il musang, una specie di gattone che abbonda, o forse abbondava, nel Sud-Est asiatico. Non meno mostruosi sono, per Ulisse Aldrovandi, gli Ofiofagi dell’India occidentale, abituali consumatori di serpenti e di altri sauri delle loro foreste, o quei popoli africani divoratori di scimmie e indigesti pappagalli, e ancora i mungitori di cagne, i Cinomulghi che di quel latte si nutrono. Non si può pretendere in quella letteratura di viaggi, di prodigi e di mostri, di trovarvi traccia delle considerazioni proprie delle attuali scienze demo-antropologiche, per comprendere appieno le culture e gli usi di popoli non europei. Quei testi avevano funzioni adatte ai tempi in cui furono scritti, dovevano essere cioè libri di erudizione ma servire anche per uso di svago e di evasione, un po’ come i film horror di oggi. Non si spiegherebbe altrimenti la grande importanza che vi riveste la parte iconografica, con le figure dei soggetti ispirati alla più sfrenata fantasia: i cinocefali zannuti come cinghiali, che differivano dalla figura umana solo per la testa canina e la lingua abituata a latrare e non a parlare. Del popolo degli sciàpodi, che stando supini si fanno ombra con l’unica gamba e l’enorme piede parlava già Filostrato di Tiro nel III secolo a.C., collocandolo in India. Dei Panozi, popolo delle isole all’estremo Nord del continente europeo, dotato di orecchie talmente grandi da toccare terra, usate come coperta e come ali, parla Plinio nella sua Storia Naturale (libro IV, capitolo 95).

Ma le orripilanti diete, illustrate e descritte nei bestiari e nei libri di prodigi, dall’età antica alle soglie di quella moderna, non appaiono come cose tanto lontane quando si pensi al consumo e riti alimentari rivoltanti, che ancora sono in atto in età contemporanea, presso popoli di grande civiltà come quello cinese e indiano. È questo per noi - avvezzi a consumare banali vermicelli a vongole e pizza margherita - uno dei grandi misteri che circondano l’umana esistenza su questa terra. E non dimentichiamo di riferire che sugli sconfinati scaffali dei supermercati la cosiddetta globalizzazione ha portato, a disposizione degli stravaganti italioti o della numerosa comunità cinese in Italia, zuppa di pinne di pescecane o marmellata di coccinelle, e - se non ci fosse stata la recente cattiva pubblicità - presto vi avremmo visto anche il pipistrello sottovuoto, come al mercato di Wuhan. Ripensando poi al concetto, modernissimo peraltro, di Ulisse Aldrovandi, secondo il quale mangiare la carne di certi animali per gli umani è fonte di malformazioni fetali e mostruosità varie, si potrebbe aggiungere, col senno di poi, che quel cibo genera pure malattie epidemiche di natura sconosciuta. L’editore Sugar, nel suo originalissimo catalogo pubblicò nel 1964 un libro di gastronomia alternativa, la “Guida alla cucina esotica insolita erotica” dove si legge di molti strani piatti, prevalentemente orientali, come le uova e carne di iguana, la ben nota minestra cinese di nidi di rondine e finanche la procedura, sempre cinese, per estrarre dalla scimmia, viva, il cervello da consumare condito con la cannella. Sono cose da far passare l’appetito a chiunque tranne ai predetti. Nella prefazione di quel libro il curatore E.C. Rizzo riporta una frase tratta dagli Scritti Vari di Carlo Cattaneo che nel suo “La China antica e moderna” (1846 ) così concludeva: «Siamo Cinesi a nostro modo anche noi». Infatti noi - che qualche tempo fa pensavamo a un’altra Cina - restiamo fedelissimi consumatori di spaghetti, cinesissima invenzione.