L'OPINIONE

La riforma dell’abuso d’ufficio e l’araba fenice della “firma”

La riforma dell’abuso d’ufficio riveste finalmente un ruolo centrale nell’agenda governativa, di fondamentale importanza per la ripartenza. Per comprenderne la valenza strategica è di aiuto l’affascinante figura dell’araba fenice, capace di rinascere dalle ceneri (in realtà dalle acque, secondo la versione originaria del mito egizio). In altre parole, la crisi profonda va trasformata con spirito di resilienza in un’opportunità di crescita. Il primo pilastro sul quale costruire è la straordinaria iniezione di liquidità, in deroga a vincoli europei, con poche condizionalità. Il secondo mattone: qualsiasi aiuto economico deve tradursi dalla teoria alla pratica per innervarsi nel mercato.

Dunque, affrontando il macigno della burocrazia. Una selva oscura di codicilli, un’asfissiante liturgia di procedure nelle quali si smarriscono logica, senso comune, risultato. Una burocrazia zero è un’utopia; una sostenibile è un’ambizione legittima. Ma per evitare che le teste tagliate dell’Idra impietosamente ricrescano, viene in soccorso il terzo pilastro. Ossia l’agente pubblico, incaricato di trasformare i programmi in atti. L’attuale tipizzazione dell’abuso di ufficio è congegnata in modo da frenare la Pubblica Amministrazione. Complice una giurisprudenza che ha interpretato generosamente il perimetro applicativo, il baricentro del reato poggia sulla mistica formula della “violazione di legge o di regolamento” produttiva di un danno o di un vantaggio ingiusti.

Una finzione, in un ordinamento dove neppure si conosce il numero delle leggi vigenti. Ed è chiaro come qualsiasi decisione finisca per scontentare qualcuno. Così, il corto circuito diviene palese. Il pubblico ufficiale, specie nel caso di discrezionalità procedimentale, si sente stretto tra l’incudine (l’oscurità della norma) e il martello (la contestazione, spesso strumentale, dell’abuso di ufficio), allora soprassiede o ritarda. La ben nota amministrazione difensiva, la fuga dal potere di firma. Oltretutto, con l’aggravante della connessa responsabilità erariale. Modificare l’abuso di ufficio attraverso la puntuale descrizione della tipologia di norme violate, l’accurata selezione delle condotte offensive di maladministration, la previsione di un parere preliminare sulla legittimità dell’atto devoluto a un’autorità di controllo con conseguente improcedibilità dell’azione penale in caso di adeguamento conforme significa restituire serenità e dignità di ruolo. Un’ultima notazione: in conferenza- stampa Conte ha precisato come la riforma del reato sarà accompagnata da una rete di controlli più incisiva.

Se si tratta di un passaggio politico per far digerire ai manettari di turno l’indigesto boccone di minore invasività penale, lo si può ritenere un emendabile peccato veniale. Perché altrimenti il rimedio sarebbe peggiore del male. Di controlli ce ne sono fin troppi ed è persino banale come sorvegliare a monte significhi ulteriori lacci, dispendio di tempo ed energie, demotivazione. Almeno una volta sarà il caso di dare fiducia e credibilità a ciascuno di noi, nella ragionevole convinzione che il malaffare è l’eccezione.

*Professore Ordinario di Diritto Penale presso l’Università degli Studi di Salerno