L'EDITORIALE

La ricostruzione e la sfida politica al Sud

Andremo al voto impauriti. Andremo al seggio in fila indiana, distanziati, come abbiamo fatto per mesi al market, alle poste e negli altri luoghi pubblici dove si entra uno per volta e con la mascherina. Andremo a votare, a scegliere con un referendum se tagliare il numero dei parlamentari. Decideremo chi sarà il prossimo presidente della Regione e chi saranno i nuovi sindaci in 21 comuni salernitani, quattro dei quali popolosi e particolarmente significativi come Angri, Cava de’ Tirreni, Eboli e Pagani. Si voterà con la paura del Covid, il malessere e la crisi della politica, in una giornata che contiene tutto della vita e delle vite ai giorni nostri perché le rende umanamente intere.

E proprio in questa giornata la politica conosce una tensione che mai avremmo immaginato, che supera e trasvaluta la prigionia del potere e l’angustia delle ambizioni per assumere un traguardo umano di libertà e di solidarietà. Ci siamo detti, nei mesi scorsi, che “andrà tutto bene”, come misura di un augurio e approdo fortunato nella pandemia: proprio in queste ore l’auspicio avrà valore se riusciremo a prenderla come lezione per rimettere a posto il potere e l’ambizione, la contesa e il rancore, l’invidia e il danaro. Tutto ciò, insomma, che lasciato a se stesso senza giustificazioni, al tempo di una società colpita nel suo quotidiano, riduca la politica ad un vuoto con un inganno. Il voto in Campania ha un suo valore. Primo: potrebbe essere l’unica volta in Italia in cui i sondaggi, con la loro credibilità ridotta ai minimi termini, si consacreranno alla fine con numeri certi. Reali. Secondo: i numeri, dicono i sondaggi, sono dalla parte del candidato Vincenzo De Luca. Terzo: bisognerà vedere quanto De Luca accumulerà come consenso, in riferimento ad una coalizione dai confini politici evanescenti se sovrapposti a quelli delineati dalle classiche regole “romane”. Saranno i numeri del responso finale.

Lo stesso De Luca, favorito, sa bene che, quando le urne si chiuderanno, si apriranno i nuovi fronti inediti perfino per uno come lui, abituato a fronteggiare la necessità del “fare” più dell’italiana abitudine del “chiacchierare”. C’è una sfida alle porte che è quella della ricostruzione nazionale di un Paese tra le macerie sociali ed economiche, che non si vedono ma esistono e si ripresenteranno nell’autunno caldo. Alla Campania, la più grande regione che in queste ore va al voto, spetta un ruolo da protagonista con la gestione del Recovery Fund con obiettivi finalizzati. Sarà una sfida nel cambiare pensiero, atteggiamenti, consuetudini, in una regione dove la spesa pubblica è sempre in bilico tra la realtà da modificare e le pratiche, già drammaticamente sperimentate, dello sperpero dei predoni della ricostruzione. E qui si misureranno anche i rigattieri del moralismo , appena rilanciati sulla scena dalla cosiddetta lista degli “impresentabili” (a poche ore dal voto, ricordi De Luca?). Un’operazione dell’antimafia di comodità pubblicitaria.

Un’operazione del giorno prima quando la vera sfida per i campani è già quella del giorno dopo, quella della ricostruzione di un potere pubblico nel Mezzogiorno come idea di statualità che, tra il caos e il disordine di queste terre, offra prospettive di vita concrete ai giovani, cioè pane, lavoro, e dignità civile. Sbaglia chi giudica il nuovo che dovrà necessariamente arrivare con canoni vecchi, magari presi a prestito da giudizi folkloristici e macchiettistici, mescolando tutto nella macedonia irridente per un potere. Che, probabilmente, ha già svuotato confini politici tradizionali. Ed è questa la vera novità.