L'INTERVENTO

La parola e il processo tra “distanti”

Il dibattimento è un luogo di confronto necessario e da non “remotizzare”

Il Governo è appena nuovamente intervenuto per limitare l’accesso di persone ai palazzi di giustizia, a causa del persistere - anzi, dell’aumento della gravità della pandemia in atto. Con la dura presa di posizione dell’avvocatura si è arginato però il rischio dell’iniziale intenzione di limitare indiscriminatamente, viceversa, finanche l’accesso fisico e soprattutto orale alla giustizia in genere, subordinando infatti, in particolare per il processo penale, l’attività a distanza per l’istruttoria dibattimentale e la discussione al consenso delle parti processuali. Sarebbe stato d’altronde pericoloso, se non autoritario ed arbitrario, introdurre la remotizzazione anche delle attività di raccolta della prova e della discussione quali momenti del processo democratico che precedono il momento in cui uomini decidono delle responsabilità di altri uomini. Si sarebbe davvero negata profondamente la natura stessa del contraddittorio e del Giusto Processo.

Ciò è stato possibile grazie all’intesa tra le Procure italiane e l’avvocatura penale: finalmente dosi massicce di digitalizzazione (deposito atti a mezzo pec, consultazione degli stessi da remoto) hanno modernizzato ormai un apparato burocratico barocco e non più attuale, mentre una moderata remotizzazione (udienze di convalida degli arresti, udienze camerali, udienze preliminari e dibattimentali di mera introduzione, salva la richiesta della trattazione in presenza) sono misure che possono tutto sommato essere un costo sostenibile e sopportabile per l’esercizio del diritto di difesa nella eccezionalità della emergenza sanitaria. Ciò che invece con rigore è stato salvaguardato dalla perdita della parola, dall’essenza dell’umano, cioè, la combinatoria di esperienze, informazioni, letture, immaginazioni, sguardi, intese, litigi e riappaci- ficazioni è stato, appunto, il dibattimento. Una difesa da “una ristretta cerchia di appassionati dell’informatica, cultori di una idea burocratica del processo”, per la quale è indifferente se un teste non venga esaminato davanti a sé o l’imputato nonché il difensore protestino le ragioni della difesa al “cospetto”di un altro uomo che siede al di là di un desktop. Ma c’è dell’incredibile.

C’è che,mentre con la pubblica accusa si è raggiunto l’equilibrio (strettamente necessario e comunque indubitabilmente in bilico da sorvegliato speciale) tra garanzie processuali e diritto alla salute, l’Associazione Nazionale Magistrati non è d’accordo e lo dice con un sarcasmo anche inappropriato rispetto al momento che viviamo, avendo redatto un duro comunicato dal titolo “Se il virus si ferma alla porta del dibattimento”. Una posizione non condivisibile. In una società ormai pressocchè del tutto digitale, cioè governata dai codici binari, che sembrano cogliere solo ciò che è finito, nel codice di procedura penale c’è ancora l’Umanesimo come baluardo alla fredda forza dello sviluppo tecnologico.

Come per la lezione sulla rapidità, tra le Lezioni americane, la visione di Calvino (e la nostra) non sta nell’avarizia che dedichiamo in genere al tempo pensando erroneamente che bisogna arrivare prima ad un traguardo definito, ma nella capacità di cogliere la tensione tra opposti come chiave interpretativa dei processi cognitivi, laddove-come può capitare-in un’aula di giustizia resta sempre da vedere se con argomenti altrettanto convincenti non si possa difendere anche la tesi contraria, giocandosi il tutto nel rapporto tra il tempo fisco dei fatti da accertare e quello mentale del procedimento ponderato di accertamento di essi. Questa, e non altro, è la visione del processo accusatorio, una visione spinoziana, se si vuole: il tentativo (tentativo certo, ma irrinunciabile) di fondare su basi rigorosamente razionali le premesse di ogni vita umana, le passioni; rigettando la logica di cedere funzioni discrezionali ad un “centro” tecnologico, prendendone le distanze di sicurezza al fine di non contribuire a costruire un sistema sociale anche per il mondo della giustizia che sia privo di dialettica collettiva, altrimenti narcotizzante e disaggregante. All’Anm ricordiamo ancora Calvino che, nell’altra lezione sulla molteplicità, sottolinea il valore dell’antica ambizione dell’uomo di saper rappresentare le variegate relazioni contro il pensiero sistematico ed unitario.

Dunque la voce, la presenza. E lo scopo della difesa del processo penale orale: il confronto diretto e non mediato tra pari quale torre di avvistamento delle conseguenze gravi di un antagonismo cieco e non componibile tra modernità e garanzie che trasformi in ragione semplicemente calcolante ed amministrante le pieghe, i difetti, i nodi e le imperfezioni del legno storto dell’umanità;un antagonismo oppositivo a prescindere che, per difendere le ragioni della tecnica, si rivolga - con desublimazione della fisicità del fastidio di tenere in aula un difensore e il suo assistito - contro la ragione millenaria a fondamento della comprovata e mai falsificata natura propria di ogni processo giusto per quale le accuse ad una persona si dibattono “davanti” al giudice.